Libretto for Hasse's Artaserse. Act I.
Libretto of Mozart's Ascanio in Alba. Download printable PDF.

Ascanio in Alba
Libretto

Musica:
Wolfgang Amadeus Mozart
Libretto: Giuseppe Parini

Parte primaParte seconda
Scena  1  | 2  | 3  | 4  | 5
  • PERSONAGGI
  • VENERE (S)
  • dea di bellezza e amore
  • ASCANIO (S)
  • nipote di Venere
  • SILVIA (S)
  • ninfa
  • FAUNO (S)
  • pastore
  • ACESTE (T)
  • sacerdote
  •  
  • geni, pastori e pastorelle
PARTE PRIMA
Area spaziosa, destinata alle solenni
adunanze pastorali, limitata da una corona
d'altissime e fronzute querce, che vagamente
distribuite all'intorno conciliano un'ombra
freschissima e sacra. Veggonsi lungo la
serie degli alberi verdi rialzamenti di
terreno, presentati dalla natura, e in varia
forma inclinati dall'arte per uso di sedervi
con graziosa irregolarità i pastori. Nel
mezzo sorge un altare agreste, in cui vedesi
scolpito l'animal prodigioso, da cui si dice,
che pigliasse il nome la Città d'Alba.
Dagl'intervalli, che s'aprono fra un albero e
l'altro, si domina una deliziosa, e ridente
campagna, sparsa di qualche capanna, e
cinta in mediocre distanza d'amene colline,
onde scendono copiosi e limpidi rivi.
L'orizzonte va a terminare in azzurrissime
montagne, le cui cime si perdono in un
cielo purissimo e sereno.
SCENA PRIMA
Venere in atto di scender dal suo carro.
Ascanio a lato di esso. Le Grazie, e quantità
di Geni che cantano e danzano
accompagnando la Dea. Scesa questa, il
carro velato da una leggera nuvoletta si
dilegua per l'aria.
GENI e GRAZIE
Di te più amabile,
Né Dea maggiore,
Celeste Venere
No non si dà.
Tu sei degli uomini,
O Dea, l'amore:
Di te sua gloria
Il Ciel si fa.
Se gode un popolo
Del tuo favore,
Più dolce imperio
Cercar non sa.
Con fren sì placido
Reggi ogni core,
Che più non bramasi
La libertà.
VENERE
(al suo seguito che si ritira nell'indietro
della scena, disponendosi vagamente)

Geni, Grazie, ed Amori,
Fermate il piè, tacete,
Frenate, sospendete,
Fide colombe, il volo:
Questo è il sacro al mio Nume amico suolo.
Ecco, Ascanio, mia speme, ecco le piagge,
Che visitammo insieme,
Il tuo gran Padre, ed io. Quel tempo ancora
Con piacer mi rammento. Anco i presagi
Parvero disegnar, che un giorno fora
Del mio favore oggetto
Questo popolo eletto.
(Accennando l'altare.)
In quell'altare
Vedi la belva incisa,
Che d'insolite lane ornata il tergo
A noi comparve. Il grand'Enea lo pose
Per memoria del fatto: e quindi il nome
Prenderà la Città, ch'oggi da noi
Avrà illustre principio. Io fin d'allora
Qui de le grazie mie prodiga sono
Al popolo felice: e qui 'l mio core
Fa sovente ritorno
Da la beata sfera, ove soggiorno.
Ma qui presente ognora,
Con la mia Deità regnar non posso:
Tu qui regna in mia vece. Il grande, il pio,
Il tuo buon Genitor, che d'Ilio venne
A le sponde latine, or vive in cielo
Altro Dio fra gli Dèi:
E soave mia cura ora tu sei.
ASCANIO
Madre, che tal ti piace
Esser da me chiamata, anzi che Dea,
Quanto ti deggio mai!
VENERE
Già quattro volte, il sai,
Condusse il Sol su questi verdi colli
Il pomifero Autunno,
Da che al popolo amico il don promisi
De la cara mia stirpe. Ognuno attende,
Ognun brama vederti: all'are intorno
Ognun supplice cade: e il bel momento
Affretta ognun con cento voti e cento.

L'ombra de' rami tuoi
L'amico suolo aspetta.
Vivi mia pianta eletta:
Degna sarai di me.

Già questo cor comprende
Quel che sarai di poi;
Già di sue cure intende
L'opra lodarsi in te
ASCANIO
Ma la Ninfa gentil, che il seme onora
D'Ercole invitto...? Ah dì..., la Sposa mia,
Silvia, Silvia dov'è? Tanto di lei
Tu parlasti al mio cor; tanto la fama
N'empie sua tromba, e tanto bene aspetta
Da le mie nozze il Mondo...
VENERE
Amata Prole
Pria che s'asconda il Sole
Sposo sarai de la più saggia Ninfa,
Che di sangue divin nascesse mai.
Già su i raggi dell'alba in sonno apparvi
Ad Aceste custode
De la Vergine illustre. Egli già scende
Dal sacro albergo: e al popolo felice,
E a la Ninfa tuo bene,
Del fausto annuncio apportator qui viene.
ASCANIO
Ah cara Madre... Dimmi...
Dunque vicina è l'ora...?
Ma chi sa, s'ella m'ami?
VENERE
Ella ti adora.
ASCANIO
Se mai più non mi vide!
VENERE
A lei son note
Le tue sembianze.
ASCANIO
E come?
VENERE
Amor, per cenno mio,
Ordì nobile inganno.
ASCANIO
E che mai fece?
VENERE
Volge il quart'anno omai,
Che de la Ninfa a lato
Amor veglia in tua vece. Ei le tue forme
Veste appunto qual te. Tali le gote,
Tai le labbra e le luci, e tai le chiome,
Tale il suon de le voci. Appunto come
L'un'all'altra colomba
Del mio carro somiglia,
Tale Amor ti somiglia.
ASCANIO
E quale, o Dea
Presso all'amata Ninfa
È l'ufficio d'Amore?
VENERE
In sonno a lei
Misto tra' lievi sogni appare ognora.
Te stesso a lei dipinge: e tal ne ingombra
La giovinetta mente,
Che te, vegliando ancora,
La vaga fantasia sempre ha presente.
ASCANIO
Che leggiadro prodigio
Tu mi sveli, o gran Dea! Ma che più tardo?
Voliam dunque a la Ninfa. A' piedi suoi
Giurar vo' la mia fé...
VENERE
Solo tu devi
Ire in traccia di lei;
Me chiaman altre cure:
Non è solo un Mortal caro a gli Dèi.
ASCANIO
Sì, le dirò ch'io sono
Ascanio suo; che questo cor l'adora;
Che di celeste Diva
Stirpe son io...
VENERE
No, non scoprirti ancora.
ASCANIO
O ciel! perché?
VENERE
Tu fida.
Vedila pur; ma taci
Chi tu sei, d'onde vieni, e chi ti guida.
ASCANIO
Che silenzio crudel!
VENERE
Dimmi, non brami
Veder con gli occhi tuoi fino a qual segno
Silvia t'adori? a qual sublime arrivi
La sua virtù? quanto sia degno oggetto
D'amor, di meraviglia, e di rispetto?
Questa dunque è la via.
ASCANIO
Dunque s'adempia,
O Madre, il tuo voler. Giuro celarmi
Fin che a te piace. Oggi mostrar ti voglio
Sin dove anch'io son d'ubbidir capace.
VENERE
Vieni al mio seno. A quella docil mente,
A quel tenero core a quel rispetto,
Che nutri per gli Dèi, ti riconosco
Prole più degna ognora
E del Padre, e di me. Qui fra momenti
Mi rivedrai. De la tua Sposa intanto
Cauto ricerca: ammira
Come di bei costumi
A te per tempo ordisce
La tua felicità, come con lei
Ne la mirabil opra
E l'arte, e la natura, e il ciel s'adopra.
(In atto di partire.)
GENI e GRAZIE
Di te più amabile
Né Dea maggiore,
Celeste Venere
No non si dà,
(Parte Venere seguita dal coro, che canta,
e le danza intorno.)

Con fren sì placido
Reggi ogni core, che più non bramasi
La libertà.
SCENA SECONDA
Ascanio solo.
ASCANIO
Perché tacer degg'io?
Perché ignoto volermi all'idol mio?
Che dura legge, o Dea!
Mi desti in seno
Tu le fiamme innocenti: i giusti affetti
Solleciti fomenti: e a lei vicino
Nel più lucido corso il mio destino
Improvvisa sospendi?...
Ah dal mio cor qual sagrifizio attendi...?
Perché tacer degg'io
Perché ignoto volermi all'idol mio?
Folle! Che mai vaneggio
So, che m'ama la Dea: mi fido a lei
Deh perdonami, o Madre, i dubbi miei.
Ma la Ninfa dov'è? Tra queste rive
Chi m'addita il mio bene? Ah sì cor mio
Lo scoprirem ben noi. Dove in un volto
Tutti apparir de la virtù vedrai
I più limpidi rai: dove congiunte
Facile maestà, grave dolcezza,
Ingenua sicurezza,
E celeste pudore: ove in due lumi
Tu vedrai sfolgorar d'un'alta mente
Le grazie delicate, e il genio ardente,
Là vedrai la mia Sposa. A te il diranno
I palpiti soavi, i moti tuoi:
Ah sì cor mio la scoprirem ben noi.

Cara, lontano ancora
La tua virtù m'accese:
Al tuo bel nome allora
Appresi a sospirar.

In van ti celi, o cara:
Quella virtù si rara
Nella modestia istessa
Più luminosa appar.
SCENA TERZA
Pastori, Ascanio e Fauno.
PASTORI
Venga de' sommi Eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s'involi a noi:
Qui lo incateni amor.
ASCANIO
(ritirandosi in disparte)
Ma qual canto risona?
Qual turba di Pastor mi veggio intorno?
FAUNO
(non badando ad Ascanio)
Qui dove il loco e l'arte
Apre comodo spazio
Ai solenni concili, al sacro rito,
Qui venite o Pastori. Il giorno è questo
Sacro a la nostra Diva. Al suo bel nome,
Non a Bacco, e a Vertunno,
Render grazie volgiamo
Presso al cader del fortunato Autunno.
Il Ministro del cielo, il saggio Aceste,
Sembra, che tardi. In gran pensieri avvolto
Pur dianzi il vidi. A lui splendea ridente
D'un'insolita gioia il sacro volto.
Forse il dono promesso è a noi vicino;
Forse la Dea pietosa
Del fido Popol suo compie il destino.
PASTORI
Venga de' sommi Eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s'involi a noi:
Qui lo incateni Amor.
(Il coro siede lungo le serie degli
alberi disponendosi vagamente.)
FAUNO
(volgendosi ad Ascanio)
Ma tu chi sei, che ignoto
Qui t'aggiri fra noi? Quel tuo sembiante
Pur mi fa sovvenir, quando alcun Dio
Tra i mortali discende. E qual desio
Ti conduce fra noi?
ASCANIO
(accostandosi a Fauno)
Stranier son io.
Qua vaghezza mi guida
Di visitare i vostri colli ameni,
I puri stagni, e per il verde piano
Queste vostre feconde acque correnti.
Tra voi, beate genti,
Fama è nel Lazio, che Natura amica
Tutti raccolga i beni
Che coll'altre divide.
FAUNO
Ah! più deggiamo
Al favor d'una Diva: e non già quale
Irreverente il volgo
Talor sogna gli Dèi, ma qual è in cielo
Alma figlia di Giove. Il suo sorriso,
Dall'amoroso cerchio, onde ne guarda
Questo suol rasserena. Ella que' beni,
Che natura ne diè, cura, difende
Gli addolcisce, gli aumenta. In questi campi
Semina l'agio, e seco
L'alma fecondità. Ne le capanne
Guida l'industria; e in libertà modesta
La trattien, la fomenta. Il suo favore
È la nostra rugiada: e i lumi suoi
Pari all'occhio del sol sono per noi.

Se il labbro più non dice,
Non giudicarlo ingrato.
Chi a tanto bene è nato
Sa ben quanto è felice,
Ma poi spiegar nol sa.

Quando a gli Amici tuoi
Torni sul patrio lido,
Vivi, e racconta poi:
Ho visto il dolce nido
De la primiera età.
ASCANIO
(Quanto soavi al core
De la tua stirpe, o Dea
Sonan mai queste lodi!)
FAUNO
(guardando da un lato nell'interno
della scena)

Ecco, Pastori,
(Il Coro si alza, e si avanza.)
Ecco lento dal colle
Il venerando Aceste; al par di lui
Ecco scende la Ninfa...
ASCANIO
Oh ciel, qual Ninfa?
Parla, dimmi, o Pastor...
FAUNO
Silvia, d'Alcide
Chiara stirpe divina.
ASCANIO
(Ahimè cor mio
Frena gli impeti tuoi:
L'adorata mia Sposa ecco vicina.)
FAUNO
(accennando ad Ascanio, il quale
pure sta attentamente guardando
dallo stesso lato)

Mira, o Stranier, come il bel passo move
Maestosa, e gentile: a le seguaci
Come umana sorride
Come tra lor divide
I guardi, e le parole. In que' begli atti
Non par, che scolta sia
L'altezza del pensiero, e di quell'alma
La soave armonia?
ASCANIO
(È vero, è vero.
Più resister non so. Se qui l'attendo,
Scopro l'arcano, e al giuramento io manco.
Partasi omai.)
FAUNO
Garzone, a te non lice
Qui rimaner, che la modesta Silvia
Non vorria testimon de' suoi pensieri
Un ignoto straniere. E se desìo
D'ammirarla vicino, e al patrio suolo
Fama portar de' pregi suoi t'accese,
Là confuso ti cela.
(Accennando il Coro de' Pastori.)
ASCANIO
S'adempia il tuo voler, pastor cortese.
(Si ritira, e si suppone confuso fra il Coro.)
(Il Coro s'avanza da un lato alla volta
di Aceste, e di Silvia.)
SCENA QUARTA
Ascanio e Fauno, Pastori e Pastorelle o Ninfe,
Silvia con seguito di Pastorelle, Aceste.
PASTORI e PASTORELLE
Hai di Diana il core,
Di Pallade la mente.
Sei dell'Erculea gente,
Saggia Donzella, il fior.
I vaghi studi e l'arti
Son tuo diletto, e vanto:
E delle Muse al canto
Presti l'orecchio ancor.
Ha nel tuo core il nido
Ogni virtù più bella:
Ma la modestia è quella
Che vi risplende ognor.
ACESTE
Oh generosa Diva,
Oh delizia degli uomini, oh del cielo
Ornamento e splendor! che più potea
Questo suol fortunato
Aspettarsi da te? Qual più ti resta,
Fido popol devoto,
Per la sua Deità preghiera, o voto.
Ogni cosa è compiuta.
Dell'Indigete Enea
La sospirata Prole,
Vostra sarà pria che tramonti il Sole.
PASTORI
Venga de' sommi Eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s'involi a noi:
Qui lo incateni Amor.
ACESTE
Di propria man la Dea
A voi la donerà. Né basta ancora.
Qui novella città sorger vedrete
De la Diva, e del Figlio opra sublime.
Questi poveri alberghi,
Queste capanne anguste
Fieno eccelsi palagi, e moli auguste.
Altre dell'ampie moli
Saran sacre a le Muse: altre custodi
De le prische memorie ai dì venturi:
Altre ai miseri asilo:
Altre freno agli audaci: altre tormento
A la progenie rea del mostro orrendo,
Che già infamia, e spavento
Fu de' boschi Aventini,
E periglio funesto a noi vicini.
PASTORI
Venga de' sommi Eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s'involi a noi:
Qui lo incatena Amor.
ACESTE
(rivolto a Silvia)
Oh mia gloria, oh mia cura, oh amato pegno
De la stirpe d'Alcide, oh Silvia mia,
Oggi Sposa sarai. Oggi d'Ascanio
Il conforto sarai, l'amor, la speme:
Ambi di questo suolo
La delizia, e il piacer sarete insieme.

Per la gioia in questo seno
L'alma. oh Dio! balzar mi sento.
All'eccesso del contento
No resistere non sa.

Silvia cara, amici miei,
Se con me felici siete,
Ah venite, dividete
Il piacer, che in cor mi sta.
SILVIA
(Misera! che farò?) Narrami Aceste,
Onde sai tutto ciò?
ACESTE
La Dea me 'l disse.
SILVIA
Quando?
ACESTE
Non bene ancora
Si tingevan le rose
De la passata aurora.
SILVIA
E che t'impose?
ACESTE
D'avvertirne te stessa,
D'avvertirne i Pastori: e poi disparve
Versando dal bel crin divini odori.
SILVIA
(Ah che più far non so.
Taccio...? mi scopro...?)
ACESTE
(Ma la Ninfa si turba...?
Numi! Che sarà mai...?)
SILVIA
(No, che non lice
In simil uopo all'anime innocenti
Celar gli affetti loro.) Odimi Aceste...
ACESTE
Cieli! Che dir mi vuoi?
Qual duol ti opprime in sì felice istante?
SILVIA
Padre... Oh Numi..! Che pena..!
Io sono amante.
ACESTE
(Ahimè, respiro alfine.)
E ti affanni perciò? Non è d'amore
Degno il tuo Sposo? O credi
Colpa l'amarlo?
SILVIA
Anzi, qual Nume, o Padre,
Lo rispetto, e l'onoro. I pregi suoi
Tutti ho fissi nell'alma. Ognun favella
Di sue virtù. Chi caro a Marte il chiama,
Chi diletto d'Urania, e chi l'appella
De le Muse sostegno:
Chi n'esalta la mano, e chi l'ingegno.
Del suo gran Padre in lui
Il magnanimo cor chi dice impresso;
Chi de la Dea celeste
L'immensa carità trasfusa in esso.

Sì, ma d'un altro Amore
Sento la fiamma in petto:
E l'innocente affetto
Solo a regnar non è.
ACESTE
Ah no, Silvia t'inganni
Innocente che sei. Già per lung'uso
Io più di te la tua virtù conosco.
Spiega il tuo core, o Figlia,
E al tuo fido custode or ti consiglia.
SILVIA
Odi Aceste, e stupisci. Il dì volgea,
Che la mia fé donai
D'esser Sposa d'Ascanio all'alma Dea.
Mille imagini liete,
Che avean color da quel felice giorno,
Venian volando a la mia mente intorno.
Ed ella in dolce sonno
S'obliava innocente preda a loro;
Quand'ecco, oh Cielo! a me, non so se desta.
Comparve un giovinetto. Il biondo crine
Sul tergo gli volava; e mista al giglio
Ne la guancia vezzosa
Gli fioriva la rosa: il vago ciglio...
Padre, non più, perdona.
L'indiscreto pensier, parlando ancora,
Va dietro a le lusinghe
Dell'imagin gentil, che lo innamora.
ACESTE
(Che amabile candor!) segui, che avvenne?
SILVIA
Ah da quel giorno il lusinghier sembiante
Regnò nel petto mio; di sé m'accese;
I miei pensieri ei solo
Tutti occupar pretese i sonni miei
Di sé solo ingombrò. Da un lato Ascanio,
La cui sembianza ignota,
Ma la virtù m'è nota,
Meraviglia, e rispetto al cor m'inspira:
Dall'altro poi l'imaginato oggetto
Tenerezza, ed amor mi desta in petto.
ACESTE
No, figlia, non temer. Senti la mano
De la pietosa Dea. Questa bell'opra
Opra è di lei.
SILVIA
Che dici?
Come? parla, che fia?
ACESTE
Piacque a la Diva
Di stringere il bel nodo: in ogni guisa
Vi dispone il tuo core, e in sen ti pinge
Le sembianze d'Ascanio.
SILVIA
E come il sai?
ACESTE
Sento che in cor mi parla
Un sentimento ignoto,
La tua virtù me 'l dice e m'assicura
Il favor de la Dea.
SILVIA
Numi! chi fia
Più di me fortunata? Oh Ascanio, oh Sposo!
Dunque per te, mio Bene,
L'amoroso desìo
Si raddoppia così dentro al cor mio?
Amo adunque il mio Sposo
Quando un bel volto adoro? Amo lui stesso,
Quando mille virtù pregio, ed onoro?

Come è felice stato,
Quello d'un'alma fida,
Ove innocenza annida,
E non condanna amor!

Del viver suo beato
Sempre contenta è l'alma:
E sempre in dolce calma
Va palpitando il cor.
ACESTE
Silvia, mira, che il sole omai s'avanza
Oltre il meriggio. È tempo,
Che si prepari ognuno
Ad accoglier la Dea. Su via Pastori
A coronarci andiam di frondi, e fiori:
Tu con altri Pastor Fauno raccogli
Vaghi rami, e ghirlande; e qui le reca,
Onde sia il loco adorno
Quanto si può per noi. Tu ancor prepara
Parte de' cari frutti, onde sull'ara
Con le odorate gomme ardan votivo
Sagrificio a la Dea, che a noi li dona.
Se questo dì è festivo
Ogni anno al suo gran nome, or che si deve,
Quando sì fausta a noi
Reca il maggior de' benefici suoi?
PASTORI
Venga de' sommi Eroi,
Venga il crescente onor.
Più non s'involi a noi:
Qui lo incateni Amor.
(Partono tutti fuorché Ascanio.)
SCENA QUINTA
Ascanio, e poi Venere e Coro di Geni.
ASCANIO
Cielo! che vidi mai? quale innocenza,
Quale amor, qual virtù! Come non corsi
Al piè di Silvia, a palesarmi a lei?
Ah questa volta, o Dea, quanto penoso
L'ubbidirti mi fu. Vieni, e disciogli
Questo freno crudele...
(Venere sopraggiunge col Coro dei Geni.)
VENERE
Eccomi o figlio!
ASCANIO
Lascia, lascia, ch'io voli
Ove il ridente fato
Mi rapisce, mi vuol. Quel dolce aspetto,
Quel candor, quella fé, quanto rispetto
M'inspirano nell'alma e quanti, oh Dio
Quanti mantici sono al mio desio!

Ah di sì nobil alma
Quanto parlar vorrei!
Se le virtù di lei
Tutte saper pretendi,
Chiedile a questo cor.

Solo un momento in calma
Lasciami o Diva, e poi
Di tanti pregi suoi
Potrò parlarti allor.
VENERE
Un'altra prova a te mirar conviene
De la virtù di Silvia. Ancor per poco
Soffri mia speme. Appena
Qui fia la pastoral turba raccolta
Che di mia gloria avvolta
Comparir mi vedrà. Restano, o Figlio
Restano ancor pochi momenti, e poi...
ASCANIO
Che non pretendi, o Dea!
Da un impaziente cor. Ma sia che vuoi!
VENERE
(accennando da un lato)
Là dove sale il Colle
Finché torni quaggiù Silvia il tuo bene,
Ricovrianci per ora! In questo piano
De la nova città le prime moli
Sorgano intanto, e de' ministri miei
L'opra vi sudi. Auspici noi dall'alto
Dominerem su l'opra: e qua tornando
La pastoral famiglia,
N'avrà insieme conforto, e meraviglia.
Olà, Geni mei fidi,
De le celesti forze
Accogliete il valor. Qui del mio sangue
Sorga il felice nido; e d'Alba il nome
Suoni famoso poi di lido in lido.
E tu mio germe intanto
A mirar ti prepara in quel bel core
Di virtude il trionfo, e quel d'amore.

Al chiaror di que' bei rai,
Se l'amor fomenta l'ali
Ad amar tutti i mortali
Il tuo cor solleverà.

Così poi famoso andrai
Degli Dèi tra i chiari figli,
Così fia, che tu somigli
A la mia divinità.
GENI e GRAZIE:
Di te più amabile,
Né Dea maggiore,
Celeste Venere,
No non si dà.
Con fren sì placido
Reggi ogni core,
Che più non bramasi
La libertà.

(Molti Pastori, e Pastorelle, secondo
l'antecedente comando d'Aceste, vengon per
ornar solennemente il luogo di ghirlande, e
di fiori. Ma mentre questi si accingono
all'opera, ecco che compariscono le Grazie
accompagnate da una quantità di Geni, e di
Ninfe celesti in atto di meditare qualche
grande intrapresa. I Pastori rimangono a
tale veduta estremamente sorpresi: se non
che, incoraggiati dalla gentilezza di quelle
persone celesti, tornano all'incominciato
lavoro. Ma assai più grande rinasce in essi
la meraviglia, quando ad un cenno delle
Grazie, e de' Geni, veggono
improvvisamente cambiarsi i tronchi degli
alberi, che stanno adornando di ghirlande, in
altrettante colonne, le quali formano di mano
in mano un solido, vago e ricco ordine
d'architettura, con cui dassi principio
all'edificazione d'Alba, e si promette un felice
cambiamento al paese. Questi accidenti,
congiunti con gli atti d'ammirazione, di
riconoscenza, di tenerezza, di concordia fra
le celesti e le umane persone, fanno la base
del breve Ballo, che lega l'anteriore con la
seguente parte della Rappresentazione.)
Fine della parte prima
Parte primaParte seconda
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