Libretto for Leo's Catone in Utica. Act III.
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Catone in Utica
Libretto

Musica: Leonardo Leo
Libretto: Pietro Metastasio

Atto IAtto IIAtto III
Scena  1  | 2  | 3  | 4  | 5  | 6  | 7  | 8  | 9  | 10  | 11  | 12  | 13  | 14
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Cortile.
CESARE e FULVIO
CESARE
Tutto amico ho tentato. Andiamo, ormai
giusto è il mio sdegno, ho tolerato assai.
FULVIO
Ferma, tu corri a morte.
CESARE
Perché?
FULVIO
Già su le porte
d'Utica v'è chi nell'uscir ti deve
privar di vita.
CESARE
E chi pensò la trama?
FULVIO
Emilia, ella mel disse, ella confida
nell'amor mio, tu 'l sai.
CESARE
Coll'armi in pugno
ci apriremo la via. Vieni.
FULVIO
Raffrena
quest'ardor generoso. Altro riparo
offre la sorte.
CESARE
E quale?
FULVIO
Un che fra l'armi
milita di Catone infino al campo
per incognita strada
ti condurrà.
CESARE
Chi è questi?
FULVIO
Floro s'appella, uno è di quei che scelse
Emilia a trucidarti, ei vien pietoso
a palesar la frode
e ad aprirti lo scampo.
CESARE
Ov'è?
FULVIO
Ti attende
d'Iside al fonte. Egli m'è noto, a lui
fidati pur. Intanto al campo io riedo
e per renderti più la via sicura
darò l'assalto alle nemiche mura.
CESARE
E fidarmi così?
FULVIO
Sgombra i sospetti.
Avran di te che sei
la più grand'opra lor cura gli dei. (Parte)
SCENA II
CESARE, poi MARZIA
CESARE
Quanti aspetti la sorte
cangia in un giorno!
MARZIA
Ah Cesare che fai.
Come in Utica ancor.
CESARE
Le insidie altrui
mi son d'inciampo.
MARZIA
Per pietà se m'ami,
come parte del mio
difendi il viver tuo. Cesare addio.
CESARE
Fermati, dove fuggi?
MARZIA
Io stessa non so dirlo, il padre irato
vuol la mia morte. (Oh dio
giungesse mai). Non m'arrestar, la fuga
sol può salvarmi.
CESARE
Abbandonata e sola
arrischiarti così? Ne' tuoi perigli
seguirti io deggio.
MARZIA
No s'è ver che m'ami
me non seguir, pensa a te sol, non dei
meco venire, addio... Ma senti, in campo
com'è tuo stil se vincitor sarai
oggi del padre mio
risparmia il sangue, io te ne priego. Addio.
CESARE
T'arresta anche un momento.
MARZIA
È la dimora
perigliosa per noi, potrebbe... Io temo...
Deh lasciami partir.
CESARE
Così t'involi?
MARZIA
Crudel da me che brami? È dunque poco
quanto ho sofferto? Ancor tu vuoi ch'io senta
tutto il dolor d'una partenza amara?
Lo sento sì, non dubbitarne, il pregio
d'esser forte m'hai tolto. Invan sperai
lasciarti a ciglio asciuto. Ancora il vanto
del mio pianto volesti, ecco il mio pianto.
CESARE
Ahimè l'alma vacilla!
MARZIA
Chi sa se più ci rivedremo e quando.
Chi sa che il fato rio
non divida per sempre i nostri affetti.
CESARE
E nell'ultimo addio tanto ti affretti?
MARZIA
Confusa, smarrita
spiegarti vorrei
che fosti... che sei...
Intendimi oh dio!
Parlar non poss'io,
mi sento morir.

Fra l'armi se mai
di me ti rammenti
io voglio... Tu sai...
Che pena! Gli accenti
confonde il martir.
SCENA III
CESARE, poi ARBACE
CESARE
Qual'insoliti moti
al partir di costei prova il mio core!
Dunque al desio d'onore
qualche parte usurpar de' miei pensieri
potrà l'amor?
ARBACE
M'inganno (Nell'uscir si ferma)
o pur Cesare è questi?
CESARE
Ah l'esser grato,
aver pietà d'un'infelice alfine
debolezza non è. (In atto di partire)
ARBACE
Fermati e dimmi
qual ardir, qual disegno
t'arresta ancor fra noi?
CESARE
(Questi chi fia?)
ARBACE
Parla?
CESARE
Del mio soggiorno
qual cura hai tu?
ARBACE
Più che non pensi.
CESARE
Ammiro
l'audacia tua ma non so poi se ai detti
corrisponda il valor.
ARBACE
Se l'assalirti
dove ho tante diffese e tu sei solo
non paresse viltade, or ne faresti
prova a tuo danno.
CESARE
E come mai con questi
generosi riguardi Utica unisce
insidie e tradimenti?
ARBACE
Ignote a noi
furon sempre quest'armi.
CESARE
E pur si tenta
nell'uscir ch'io farò da queste mura
di vilmente assalirmi.
ARBACE
E qual saria
sì malvaggio fra noi?
CESARE
Nol so, ti basti
saper che v'è.
ARBACE
Se temi
della fé di Catone o della mia
t'inganni. Io t'assicuro
che alle tue tende or ora
illeso tornerai ma in quelle poi
men sicuro sarai forse da noi.
CESARE
Ma chi sei tu che meco
tanta virtù dimostri e tanto sdegno?
ARBACE
Né mi conosci?
CESARE
No.
ARBACE
Son tuo rivale
nell'armi e nell'amor.
CESARE
Dunque tu sei
il prencipe numida
a Marzia amante, al genitor sì caro?
ARBACE
Sì quello io sono.
CESARE
Ah se pur l'ami Arbace
la siegui, la raggiungi, ella s'invola
del padre all'ira intimorita e sola.
ARBACE
Dove corre?
CESARE
Nol disse.
ARBACE
A rintracciarla or vado.
Ma no, prima al tuo campo
deggio aprirti la strada. Andiam.
CESARE
Per ora
il periglio di lei
è più grave del mio. Vanne.
ARBACE
Ma teco
manco al dover se qui ti lascio.
CESARE
Eh pensa
Marzia a salvare, io nulla temo, è vana
una insidia palese.
ARBACE
Ammiro il tuo gran cor. Tu del mio bene
al soccorso m'affretti, il tuo non curi
e colei che t'adora
con generoso eccesso
rival confidi al tuo rivale istesso.

Vedi in fine

Sarebbe un bel diletto
il sospirar d'amor
ma sempre aver in petto
la gelosia nel cor
lo rende affanno.

Quell'amator che crede
goder senza penar
o che il suo error non vede
o ch'egli vuole amar
sol con inganno.
SCENA IV
CESARE
CESARE
Del rivale all'aita
or che Marzia abbandono ed or che il fato
mi divide da lei, non so qual pena
incognita finor m'agita il petto.
Taci importuno affetto.
No, fra le cure mie luogo non hai,
se a più nobil desio servir non sai.

Al vento che la scuote
quercia colà sul monte
turbata ha sol la fronte
e fermo il piede.

Se un cieco amor m'alletta
e a un vil rossor m'affretta,
onor ch'è in me sì forte
a quel non cede.
SCENA V
Luogo ombroso circondato d'alberi con fonte d'Iside da
un lato e dall'altro ingresso praticabile di acquedotti antichi.
EMILIA con gente armata
EMILIA
È questo amici il luogo ove dovremo
la vittima svenar. Fra pochi istanti
Cesare giungerà. Chiusa è l'uscita
per mio comando, onde non v'è per lui
via di fuggir. Voi qui d'intorno occulti
attendete il mio cenno. Ecco il momento
(La gente si dispone e si asconde)
sospirato da me. Vorrei... Ma parmi
ch'altri s'appressi! È questi
certamente il tiranno. Aita o dei.
Se vendicata or sono
ogni oltraggio sofferto io vi perdono. (Si asconde)
SCENA VI
CESARE e detti
CESARE
Ecco d'Iside il fonte. Ai noti segni
questo il varco sarà. Floro. M'ascolti?
Floro. Nol veggio più. Fin qui condurmi
poi dileguarsi! Io fui
troppo incauto in fidarmi. Eh non è questo
il primo ardir felice. Io di mia sorte
feci in rischio maggior più certa prova.
(Nell'entrar s'incontra in Emilia che esce dagli acquedoti)
EMILIA
Ma questa volta il suo favor non giova.
CESARE
Emilia!
EMILIA
È giunto il tempo
delle vendete mie.
CESARE
Fulvio ha potuto
ingannarmi così?
EMILIA
No, dell'inganno
tutta la gloria è mia. Della sua fede
giurata a te contro di te mi valsi
perché impedisse il tuo ritorno al campo.
A Fulvio io figurai
d'Utica su le porte i tuoi perigli.
Per condurti ove sei, Floro io mandai
con simulato zelo a palesarti
questa incognita strada. Or dal mio sdegno
se puoi t'invola.
CESARE
Un feminil pensiero
quanto giunge a tentar!
EMILIA
Forse volevi
che insensati gli dei sempre i tuoi falli
soffrissero così? Che sempre il mondo
pianger dovesse in servitù dell'empio
suo barbaro oppressor? Che l'ombra grande
del tradito Pompeo
eternamente invendicata errasse?
Folle. Contro i malvaggi
quando più gli assicura
allor le sue vendette il ciel matura.
CESARE
Alfin che chiedi?
EMILIA
Il sangue tuo.
CESARE
Sì lieve
non è l'impresa.
EMILIA
Or lo vedremo. Amici
l'usurpator svenate. (Esce la gente)
CESARE
Prima voi caderete. (Cava la spada)
SCENA VII
CATONE e detti
CATONE
Olà fermate.
EMILIA
(Fato avverso!)
CATONE
Che miro! Allor ch'io cerco
la fuggitiva figlia
te in Utica ritrovo in mezzo all'armi.
Che si vuol? Che si tenta?
CESARE
La morte mia ma con viltà.
CATONE
Chi è reo
di sì basso pensiero?
CESARE
Emilia.
CATONE
Emilia!
EMILIA
È vero.
Io fra noi lo ritenni. In questo loco
venne per opra mia. Qui voglio all'ombra
dell'estinto Pompeo svenar l'indegno.
Non turbar nel più bello il gran disegno.
CATONE
E romana qual sei
speri adoprar con lode
la greca insidia e l'africana frode.
EMILIA
È virtù quell'inganno
che dall'indegna soma
libera d'un tiranno il mondo e Roma.
CATONE
Non più, parta ciascuno. (La gente d'Emilia parte)
EMILIA
E tu difendi
un ribelle così?
CATONE
Suo difensore
son per tua colpa.
CESARE
(O generoso core!) (Ripone la spada)
EMILIA
Momento più felice
pensa che non avrem.
CATONE
Parti e ti scorda
l'idea d'un tradimento.
EMILIA
Veggo il fato di Roma in ogni evento. (Parte)
SCENA VIII
CATONE e CESARE
CESARE
Lascia che un'alma grata
renda alla tua virtù...
CATONE
Nulla mi devi.
Mira se alcun vi resta
armato a' danni tuoi.
CESARE
Partì ciascuno. (Guardando intorno)
CATONE
D'altre insidie hai sospetto?
CESARE
Ove tu sei
chi può temerle.
CATONE
E ben stringi quel brando.
Risparmi il sangue nostro
quello di tanti eroi.
CESARE
Come!
CATONE
Se qui paventi
di nuovi tradimenti
scegli altro campo e decidiam fra noi.
CESARE
Ch'io pugni teco! Ah non fia ver. Saria
della perdita mia
più infausta la vittoria.
CATONE
Eh non vantarmi
tanto amor, tanto zelo, all'armi, all'armi.
CESARE
A cento schiere in faccia
si combatta se vuoi ma non si vegga
per qualunque periglio
contro il padre di Roma armarsi un figlio.
CATONE
Eroici sensi e strani
a un seduttor delle donzelle in petto.
Sarebbe mai difetto
di valor, di coraggio
quel color di virtù?
CESARE
Cesare soffre
di tal dubbio l'oltraggio!
Ah se alcun si ritrova
che ne dubiti ancora ecco la prova.
SCENA IX
EMILIA e detti
EMILIA
Siam perduti.
CATONE
Che fu?
EMILIA
L'armi nemiche
su le assalite mura
si veggono apparir. Non basta Arbace
a incoraggire i tuoi. Se tardi un punto
oggi all'estremo il nostro fato è giunto.
CATONE
Di private contese
Cesare non è tempo.
CESARE
A tuo talento
parti o t'arresta.
EMILIA
Ah non tardar. La speme
si ripone in te solo.
CATONE
Volo al cimento. (Parte)
CESARE
Alla vittoria io volo. (Parte)
SCENA X
EMILIA
EMILIA
Chi può nelle sventure
eguagliarsi con me. Spesso per gli altri
e parte e fa ritorno
la tempesta, la calma e l'ombra e il giorno.
Sol io provo degli astri
la costanza funesta.
Sempre notte è per me, sempre è tempesta.

Nacqui agli affanni in seno,
ognor così penai
né viddi un raggio mai
per me sereno in ciel.

Sempre un dolor non dura.
Ma quando cangia tempre
sventura da sventura
si riproduce e sempre
la nuova è più crudel.
SCENA XI
Gran piazza d'armi dentro le mura d'Utica. Parte di dette
mura diroccate. Campo di cesariani fuori della città con
padiglioni, tende e machine militari.
Nell'aprirsi della scena si vede l'attacco sopra le mura
e poi seguir la battaglia formale con la vittoria de'
cesariani, indi CATONE con spada alla mano
CATONE
Vincesti inique stelle. Ecco distrugge
un punto sol di tante etadi e tante
il sudor, la fatica. Ecco soggiace
di Cesare all'arbitrio il mondo intero.
Dunque, chi 'l crederia! per lui sudaro
i Metelli, i Scipioni? Ogni romano
tanto sangue versò sol per costui?
E l'istesso Pompeo sudò per lui?
Misera libertà, patria infelice,
ingratissimo figlio! Altro il valore
non ti lasciò degl'avi
nella terra già doma
da soggiogar che il Campidoglio e Roma.
Ah non potrai tiranno
trionfar di Catone. E se non lice
viver libero ancor, si vegga almeno
nella fatal ruina
spirar con me la libertà latina.
SCENA XII
MARZIA da un lato, ARBACE dall'altro e detto
MARZIA
Padre.
ARBACE
Signor.
A DUE
T'arresta.
CATONE
Al guardo mio
ardisci ancor di presentarti ingrata?
ARBACE
Una misera figlia
lasciar potresti in servitù sì dura?
CATONE
Ah questa indegna oscura
la gloria mia.
MARZIA
Che crudeltà! Deh ascolta
i prieghi miei.
CATONE
Taci.
MARZIA
Perdono o padre, (S'inginocchia)
caro padre pietà. Questa che bagna
di lagrime il tuo piede è pur tua figlia.
Ah volgi a me le ciglia,
vedi almen la mia pena.
Guardami una sol volta e poi mi svena.
ARBACE
Placati alfine.
CATONE
Or senti.
Se vuoi che l'ombra mia vada placata
al suo fatal soggiorno, eterna fede
giura ad Arbace e giura
all'oppressore indegno
della patria e del mondo eterno sdegno.
MARZIA
(Morir mi sento).
CATONE
E pensi ancor? Conosco
l'animo avverso. Ah da costei lontano
volo a morir.
MARZIA
No genitore, ascolta,
tutto farò. Vuoi che ad Arbace io serbi
eterna fé? La serberò. Nemica
di Cesare mi vuoi? Dell'odio mio
contro lui ti assicuro.
CATONE
Giuralo.
MARZIA
(Oh dio!) Su questa man lo giuro.
ARBACE
Mi fa pietade.
CATONE
Or vieni
fra queste braccia e prendi
gli ultimi amplessi miei figlia infelice.
Son padre alfine e nel momento estremo
cede ai moti del sangue
la mia fortezza. Ah non credea lasciarti
in Africa così.
MARZIA
Questo è dolore!
CATONE
Non seduca quel pianto il mio valore.

Per darvi alcun pegno
di affetto il mio core
vi lascia uno sdegno,
vi lascia un amore
ma degno di voi,
ma degno di me.
MARZIA
Seguiamo i passi suoi.
ARBACE
Non s'abbandoni
al suo crudel desio. (Parte)
MARZIA
Deh serbatemi o numi il padre mio.
SCENA XIII
Cesare portato dai soldati sopra carro trionfale formato
di scudi e d'insegne militari secondo il costume de' Romani,
preceduto dall'esercito vittorioso, da schiavi numidi,
istrumenti bellici e popolo.
Terminata la sinfonia Cesare scende dal carro, quale
disfacendosi, ciascuno de' soldati che lo
componevano si pone in ordinanza con gli altri.
CESARE e FULVIO
CESARE
Il vincer o compagni
non è tutto valor. La sorte ancora
ha parte ne' trionfi. Il proprio vanto
del vincitore è il moderar sé stesso
né incrudelir su l'inimico oppresso.
Con mille e mille abbiamo
il trionfar commune,
il perdonar non già. Questa è di Roma
domestica virtù. Se ne rammenti
oggi ciascun di voi. D'ogni nemico
risparmiate la vita e con più cura
conservate in Catone
l'esempio degli eroi
a me, alla patria, all'universo, a voi.
FULVIO
Cesare non temerne. È già sicura
la salvezza di lui. Corse il tuo cenno
per le schiere fedeli.
SCENA ULTIMA
MARZIA, EMILIA e detti
MARZIA
Lasciatemi o crudeli.
Voglio del padre mio
l'estremo fato accompagnare anch'io.
FULVIO
Che fu?
CESARE
Che ascolto.
MARZIA
Ah qual oggetto! Ingrato (A Cesare)
va', se di sangue hai sete, estinto mira
l'infelice Catone. Eccelsi frutti
del tuo valor son questi. Il più dell'opra
ti resta ancor. Via quell'acciaro impugna
e in faccia a queste squadre
la disperata figlia unisci al padre. (Piange)
CESARE
Ma come... Per qual mano?...
Si trovi l'uccisor.
EMILIA
Lo cerchi invano.
MARZIA
Volontario morì. Catone oppresso
rimase, è ver, ma da Catone istesso.
CESARE
Roma chi perdi!
EMILIA
Roma
il suo vindice avrà.
MARZIA
Palpita ancora
la grand'alma di Bruto in qualche petto.
CESARE
Emilia io giuro ai numi...
EMILIA
I numi avranno
cura di vendicarci; assai lontano
forse il colpo non è; per pace altrui
l'affretti il cielo e quella man che meno
credi infedel, quella ti squarci il seno.
CESARE
Tu Marzia almen rammenta...
MARZIA
Io mi rammento
che son per te d'ogni speranza priva,
orfana, desolata e fuggitiva.
Mi rammento che al padre
giurai d'odiarti e per maggior tormento
che un ingrato adorai pur mi rammento.
FULVIO
Quando trionfi ogni perdita è lieve.
CESARE
Ah se costar mi deve
i giorni di Catone il serto, il trono,
ripigliatevi o numi il vostro dono. (Getta il lauro)
Fine del dramma
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