Libretto for Leo's Catone in Utica. Act II.
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Catone in Utica
Libretto

Musica: Leonardo Leo
Libretto: Pietro Metastasio

Atto IAtto IIAtto III
Scena  1  | 2  | 3  | 4  | 5  | 6  | 7  | 8  | 9  | 10  | 11  | 12  | 13  | 14  | 15  | 16
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Allogiamenti militari su le rive del fiume Bagrada con varie isole che communicano fra loro per diversi ponti.
CATONE con seguito e MARZIA, indi ARBACE
MARZIA
Nelle nove diffese
che la tua cura aggiunge, io veggio o padre
segni di guerra e pur sperai vicina
la sospirata pace.
CATONE
Il solo aspetto
di Cesare seduce i miei più fidi.
ARBACE
Signor, già de' Numidi
giunser le schiere; eccoti un nuovo pegno
della mia fedeltà.
CATONE
Non basta Arbace
per togliermi i sospetti.
ARBACE
Oh dei tu credi...
CATONE
Sì, poca fede in te.
ARBACE
Ah Marzia, al padre
ricorda la mia fé, vedi a qual segno
giunge la mia sventura.
MARZIA
E qual soccorso
darti poss'io?
ARBACE
Tu mi consiglia almeno.
MARZIA
Consiglio a me si chiede!
Servi al dovere e non mancar di fede.
ARBACE
(Che crudeltà!)
CATONE
Già il suo consiglio udisti, (Ad Arbace)
or che risolvi?
ARBACE
Ah se fui degno mai
dell'amor tuo, soffri l'indugio, io giuro
per quanto ho di più caro,
ch'è l'onor mio, ch'io ti sarò fedele.
Il domandarti alfine
che l'imeneo nel nuovo dì succeda
sì gran colpa non è.
CATONE
Via, si conceda.
Ma dentro a queste mura
finché sposo di lei te non rimiro
Cesare non ritorni.
MARZIA
(Oh dei!)
ARBACE
(Respiro).
MARZIA
Ma questo a noi che giova?
CATONE
In simil guisa
d'entrambi io mi assicuro. Impegna Arbace
con obligo maggior la propria fede
e Cesare, se il vede
più stretto a noi, non può di lui fidarsi.
MARZIA
E dovrà dilungarsi
per sì lieve cagione affar sì grande?
ARBACE
Marzia sia con tua pace
t'opponi a torto. Al tuo riposo e al mio
saggiamente ei provide.
MARZIA
E tu sì franco
a me parli così né ti sovviene
a chi manchi, se vanno
le speranze di tanti in abbandono?
ARBACE
Servo al dovere e mancator non sono.
CATONE
Marzia t'acchetta; al nuovo giorno o prence
sieguan le nozze, io tel consento; intanto
ad impedir di Cesare il ritorno
mi porto in questo punto. (In atto di partire)
MARZIA
(Dei che farò!)
SCENA II
FULVIO e detti
FULVIO
Signor, Cesare è giunto.
MARZIA
(Torno a sperar).
CATONE
Dov'è?
FULVIO
D'Utica appena
entrò le mura.
ARBACE
(Io son di nuovo in pena).
CATONE
Vanne Fulvio, al suo campo
digli che rieda; in questo dì non voglio
trattar di pace.
FULVIO
E perché mai?
CATONE
Non rendo
ragione a voi dell'opre mie.
FULVIO
Ma questo
in ogn'altro che in te mancar saria
alla publica fede.
CATONE
Mancò Cesare prima. Al suo ritorno
l'ora prefissa è scorsa.
FULVIO
E tanto esatto
i momenti misuri?
CATONE
Altre cagioni
vi sono ancora.
FULVIO
E qual cagion? Due volte
Cesare in un sol giorno a te sen viene
e due volte è deluso.
Qual disprezzo è mai questo. Alfin dal volgo
non si distingue Cesare sì poco
che sia lecito altrui prenderlo a gioco.
CATONE
Fulvio ammiro il tuo zelo, invero è grande.
Ma un buon roman si accenderebbe meno
a favor d'un tiranno.
FULVIO
Un buon roman
diffende il giusto; un buon roman si adopra
per la publica pace.
CATONE
Ove son io
pria della pace e dell'istessa vita
si cerca libertà.
FULVIO
Chi a voi la toglie?
CATONE
Non più. Da queste soglie
Cesare parta. Io farò noto a lui
quando giovi ascoltarlo.
FULVIO
Invan lo speri,
sì gran torto non soffro.
CATONE
E che farai?
FULVIO
Il mio dover.
CATONE
Ma tu chi sei?
FULVIO
Son io
il legato di Roma.
CATONE
E ben di Roma
parta il legato.
FULVIO
Sì, ma leggi pria
che contien questo foglio e chi l'invia. (Fulvio dà a Catone un
foglio)
ARBACE
(Marzia perché sì mesta).
MARZIA
(Eh non scherzar, che da sperar mi resta!) (Catone apre il
foglio e legge)
CATONE
« Il Senato a Catone. È nostra mente
render la pace al mondo. Ognun di noi,
i consoli, i tribuni, il popol tutto,
Cesare istesso il dittator la vuole.
Servi al publico voto e se ti opponi
a così giusta brama
suo nemico la patria oggi ti chiama ».
FULVIO
(Che dirà!)
CATONE
Perché tanto
celarmi il foglio?
FULVIO
Era rispetto.
MARZIA
(Arbace
perché mesto così?)
ARBACE
Lasciami in pace.
CATONE
« È nostra mente... Il dittator la vuole... (Rileggendo da sé)
Servi al publico voto...
Suo nemico la patria... » E così scrive
Roma a Catone?
FULVIO
Appunto.
CATONE
Io di pensiero
dovrò dunque cangiarmi?
FULVIO
Un tal comando
improviso ti giunge.
CATONE
È ver. Tu vanne
e a Cesare...
FULVIO
Dirò che qui l'attendi.
Che ormai più non soggiorni.
CATONE
No gli dirai che parta e più non torni.
FULVIO
Ma come!
MARZIA
(O ciel!)
FULVIO
Così...
CATONE
Così mi cangio,
così servo a un tal cenno.
FULVIO
E il foglio...
CATONE
È un foglio infame (Straccia il foglio)
che concepì, che scrisse
non la ragion ma la viltade altrui.
FULVIO
E il Senato romano...
CATONE
Non è più quel di pria. Di schiavi è fatto
un vilissimo gregge.
FULVIO
E Roma...
CATONE
E Roma
non sta fra quelle mura. Ella è per tutto
dove ancor non è spento
di gloria e libertà l'amor natio.
Son Roma i fidi miei, Roma son io.

Mi conosci! Sai chi sono!
Vedi eroe che mi consiglia.
Vanne, abbassa al suol le ciglia,
sol la patria adora in me.

Tu chi sei che mi favelli?
Roma ancor tra voi rubelli
in Caton disciolto ha il piè.
SCENA III
MARZIA, ARBACE e FULVIO
FULVIO
A tanto eccesso arriva
l'orgoglio di Catone?
MARZIA
Ah Fulvio, e ancora
non conosci il suo zelo? Ei crede...
FULVIO
Ei creda
pur ciò che vuol, conoscerà fra poco
se di romano il nome
degnamente conservo
e se a Cesare sono amico o servo. (Parte)
ARBACE
Marzia posso una volta
sperar pietà?
MARZIA
Dagl'occhi miei t'invola.
Non aggiungermi affanni
colla presenza tua.
ARBACE
Dunque il servirti
è demerito in me. Così geloso
esequisco, nascondo un tuo comando
e tu...
MARZIA
Ma fino a quando
la noia ho da soffrir di questi tuoi
rimproveri importuni? Io ti disciolgo
d'ogni promessa; in libertà ti pongo
di far quanto a te piace,
di' ciò che vuoi, pur che mi lasci in pace.
ARBACE
E acconsenti ch'io possa
libero favellar?
MARZIA
Tutto acconsento
pur che le tue querele
più non abbia a soffrir.
ARBACE
Marzia crudele.
MARZIA
Chi a tolerar ti sforza
questa mia crudeltà? Di chi ti lagni?
Perché non cerchi altrove
chi pietosa t'accolga? Io tel consiglio.
Vanne, il tuo merto è grande e mille in seno
amabili sembianze Africa aduna.
Contenderanno a gara
l'aquisto del tuo cor, di me ti scorda.
Ti vendica così.
ARBACE
Giusto saria.
Ma chi tutto può far ciò che desia?

So che pietà non hai
e pur ti deggio amar.
Dove apprendesti mai
l'arte d'innamorar
quando m'offendi?

Se compatir non sai,
se amor non vive in te,
perché crudel, perché
così m'accendi?
SCENA IV
MARZIA, poi EMILIA, indi CESARE
MARZIA
E qual sorte è la mia!
EMILIA
Alfin partito
è Cesare da noi. Come sofferse
quell'eroe sì gran torto?
Che disse? Che farà? Tu lo saprai,
tu che sei tanto alla sua gloria amica.
MARZIA
Ecco Cesare istesso, egli tel dica.
EMILIA
Che veggo!
CESARE
A tanto eccesso
giunse Catone? E qual dover, qual legge
può render mai la sua ferocia doma?
È il Senato un vil gregge?
È Cesare un tiranno? Ei solo è Roma!
EMILIA
E disse il vero.
CESARE
Ah questo è troppo. Ei brama
che al mio campo mi renda?
Io vo, di' che m'aspetti e si difenda. (In atto di partire)
MARZIA
Deh ti placa, il tuo sdegno in parte è giusto,
il veggo anch'io, ma il padre
a ragion dubitò, de' tuoi sospetti
m'è nota la cagion, tutto saprai.
EMILIA
(Numi, che ascolto!)
SCENA V
FULVIO e detti
FULVIO
Ormai
consolati signor, la tua fortuna
degna è d'invidia. Ad ascoltarti alfine
scende Catone. Io di favor sì grande
la novella ti reco.
CESARE
E così presto
si cangiò di pensiero?
FULVIO
Anzi il suo pregio
è l'animo ostinato.
Ma il popolo adunato,
i compagni, gli amici, Utica intera
desiosa di pace a forza ha svelto
il consenso da lui.
MARZIA
Signor che pensi?
Una privata offesa ah non seduca
il tuo gran cor, vanne a Catone e insieme
fatti amici serbate
tanto sangue latino.
CESARE
Ah Marzia...
MARZIA
Io dunque
a muoverti a pietà non son bastante?
EMILIA
(Più dubitar non posso, è Marzia amante).
FULVIO
Eh che non è più tempo
che si parli di pace, a vendicarci
andiam coll'armi, il rimaner che giova?
CESARE
No, facciam del suo cor l'ultima prova.
FULVIO
Come!
MARZIA
(Respiro).
EMILIA
Or vanta
vile che sei quel tuo gran cor. Ritorna
supplice a chi t'offende e fingi a noi
ch'è rispetto il timor.
CESARE
Chi può gli oltraggi
vendicar con un cenno e si raffrena
vile non è. Marzia di nuovo al padre
vuo' chieder pace e soffrirò fintanto
ch'io perda di placarlo ogni speranza.
Ma se tanto s'avvanza
l'orgoglio in lui che non si pieghi, allora
non so dirti a qual segno
giunger potrebbe un trattenuto sdegno.

Soffre talor del vento
i primi insulti il mare.
Né a cento legni e cento
che van per l'onde chiare
intorbida il sentier.

Ma poi se il vento abbonda
il mar s'inalza e freme
e colle navi affonda
tutta la ricca speme
dell'avido nochier.
SCENA VI
MARZIA, EMILIA e FULVIO
EMILIA
Lode agli dei. La fuggitiva speme
a Marzia in sen già ritornar si vede.
MARZIA
Nol niego Emilia. È stolto
chi non sente piacer, quando placato
l'altrui genio guerriero
può sperar la sua pace il mondo intero.
EMILIA
Nobil pensier, se i publici riposi
di tutti i voti tuoi sono gl'oggetti.
Ma spesso avvien che questi
siano illustri pretesti,
ond'altri asconda i suoi privati affetti.
MARZIA
Credi ciò che a te piace. Io spero intanto
e alla speranza mia
l'alma si fida e i suoi timori oblia.
EMILIA
Or va, di' che non ami, assai ti accusa
l'esser credula tanto. È degli amanti
questo il costume, io non m'inganno e pure
la tua lusinga è vana
e sei da quel che speri assai lontana.
MARZIA
Di tenero affetto
si pasce il mio core
e solo nel petto
gli porge alimento
pietade ed amor.

Non sa che sia sdegno,
fierezza o rigore
né d'odio l'impegno
conobbe egli ancor.
SCENA VII
EMILIA e FULVIO
FULVIO
Tu vedi o bella Emilia
che mia colpa non è s'oggi di pace
si ritorna a parlar.
EMILIA
(Fingiamo). Assai
Fulvio conosco e quanto oprasti intesi.
So però con qual zelo
porgesti il foglio e come
a favor del tiranno
ragionasti a Catone. Era il tuo fine
cred'io d'aggiunger foco al loro sdegno.
Non è così?
FULVIO
Puoi dubitarne?
EMILIA
(Indegno).
FULVIO
Ora che pensi?
EMILIA
A vendicarmi.
FULVIO
E come?
EMILIA
Meditai ma non scelsi.
FULVIO
Al braccio mio
tu promettesti, il sai, l'onor del colpo.
EMILIA
E a chi fidar poss'io
meglio la mia vendetta?
FULVIO
Io ti assicuro
che mancar non saprò.
EMILIA
Vedo che senti
delle sventure mie tutto l'affanno.
FULVIO
(Salvo un eroe così).
EMILIA
(Così l'inganno).
FULVIO
Il tuo affanno ed il tuo sdegno
la vendetta oggi vedrà,

che far pago il tuo disegno
al mio braccio onor sarà.
SCENA VIII
EMILIA sola
EMILIA
D'un simulato amore
non ti dolere, o sposo,
ch'altra strada non resta
che vendicarti all'amor mio che questa.

Ombra cara, ombra adorata
se mi ascolti e se qui sei,
tu saprai da' pensier miei
quanto sia mia fedeltà.

Se non resta vendicata
la tua morte e il mio dolore
col svenar quel traditore,
pace il cor mai non avrà.
SCENA IX
Camera con sedie.
CATONE e MARZIA
CATONE
Si vuole ad onta mia
che Cesare si ascolti?
L'ascolterò. Ma in faccia
agl'uomini ed ai numi io mi protesto
che da tutti costretto
mi riduco a soffrirlo e con mio affanno
debole io son per non parer tiranno.
MARZIA
Oh di quante speranze
questo giorno è cagion. Da due sì grandi
arbitri della terra
incerto il mondo e curioso pende
e da voi pace o guerra
o servitude o libertade attende.
CATONE
Inutil cura.
MARZIA
Or viene (Guardando dentro la scena)
Cesare a te.
CATONE
Lasciami seco.
MARZIA
(Oh dei
per pietà secondate i voti miei). (Parte)
SCENA X
CESARE e detti
CATONE
Cesare, a me son troppo
preziosi i momenti e qui non voglio
perdergli in ascoltarti,
o stringi tutto in poche note o parti. (Siede)
CESARE
T'appagherò. (Come m'accoglie!) Il primo (Siede)
de' miei desiri è il renderti sicuro
che il tuo cor generoso,
che la costanza tua...
CATONE
Cangia favella
se pur vuoi che t'ascolti. Io so che questa
artificiosa lode è in te fallace
e vera ancor da' labri tuoi mi spiace.
CESARE
(Sempre è l'istesso!) Ad ogni costo io voglio
pace con te, tu scegli i patti, io sono
ad accettargli accinto
come faria col vincitore il vinto.
(Or che dirà!)
CATONE
Tanto offerisci?
CESARE
E tanto
adempirò, che dubitar non posso
d'una ingiusta richiesta.
CATONE
Giustissima sarà. Lascia dell'armi
l'usurpato comando; il grado eccelso
di dittator deponi. E come reo
rendi in carcere angusto
alla patria ragion de' tuoi misfatti,
questi se pace vuoi saranno i patti.
CESARE
Ed io dovrei...
CATONE
Di rimanere oppresso
non dubitar, che allora
sarò tuo difensore.
CESARE
(E soffro ancora!)
Tu sol non basti; io so quanti nemici
con gli eventi felici
m'irritò la mia sorte, onde potrei
i giorni miei sagrificare invano.
CATONE
Ami tanto la vita e sei romano?
In più felice etade agli avi nostri
non fu cara così. Curzio rammenta,
Decio rimira a mille squadre a fronte,
vedi Scevola all'ara, Orazio al ponte
e di Cremera all'aque
di sangue e di sudor bagnati e tinti
trecento Fabi in un sol giorno estinti.
CESARE
Se allor giovò di questi
nuocerebbe alla patria or la mia morte.
CATONE
Per qual ragione?
CESARE
È necessario a Roma
che un sol comandi.
CATONE
È necessario a lei
che egualmente ciascun comandi e serva.
CESARE
E la publica cura
tu credi più sicura in mano a tanti
discordi negli affetti e ne' pareri?
Meglio il voler d'un solo
regola sempre altrui. Solo fra i numi
Giove il tutto dal ciel governa e muove.
CATONE
Dov'è costui che rassomigli a Giove?
Io non lo veggo e se vi fosse ancora
diverebbe tiranno in un momento.
CESARE
Tutto pende qua giù da un dubbio evento.
CATONE
Così parla un nemico
della patria e del giusto. Intesi assai,
basti così. (S'alza)
CESARE
Ferma Catone.
CATONE
È vano
quanto puoi dirmi.
CESARE
Un sol momento aspetta,
altre offerte io farò.
CATONE
Parla e t'affretta. (Torna a sedere)
CESARE
(Quanto sopporto!) Il combatuto acquisto
dell'impero del mondo, il tardo frutto
de' miei sudori e de' perigli miei
se meco in pace sei
dividerò con te.
CATONE
Sì, perché poi
diviso ancor fra noi
di tante colpe tue fosse il rossore.
E di viltà Catone
temerario così tentando vai?
Posso ascoltar di più.
CESARE
(Son stanco ormai).
Troppo cieco ti rende
l'odio per me. Meglio rifletti, io molto
finor t'offersi e voglio
offrirti più. Perché fra noi sicura
rimanga l'amistà, darò di sposo
la destra a Marzia.
CATONE
Alla mia figlia?
CESARE
A lei.
CATONE
Ah prima degli dei
piombi sopra di me tutto lo sdegno
che il sangue d'unindegno
infami il sangue mio, che a me congiunto
io soffra un traditore, un che di Roma
ha quasi già nel suo furor sepolta
l'antica libertà...
CESARE
Taci una volta.
Hai cimentato assai
la toleranza mia. Che più degg'io
soffrir da te? Per tuo riguardo il corso
trattengo a' miei trionfi; io stesso vengo
dell'onor tuo geloso a chieder pace.
De' miei sudati acquisti
ti voglio a parte; offro a tua figlia in dono
questa man vincitrice; a te cortese
per cento offese e cento
rendo segni d'amor. Non sei contento?
Che vorresti? Che speri?
Che pretendi da me? Se d'esser credi
argine alla fortuna
di Cesare tu solo invan lo speri.
Han principio dal ciel tutti gl'imperi.
CATONE
Favorevoli agl'empi
sempre non son gli dei.
CESARE
Vedrem fra poco
colle nostr'armi altrove
chi favorisca il ciel. (In atto di partire)
SCENA XI
MARZIA e detti
MARZIA
Cesare e dove?
CESARE
Al campo.
MARZIA
Oh dio t'arresta.
Questa è la pace? (A Catone) È questa
l'amistà sospirata? (A Cesare)
CESARE
Il padre accusa.
Egli vuol guerra.
MARZIA
Ah genitor.
CATONE
T'acchetta.
Di costui non parlar.
MARZIA
Cesare...
CESARE
Ho troppo
tolerato finora.
MARZIA
I prieghi d'una figlia?... (A Catone)
CATONE
Oggi son vani.
MARZIA
D'una romana il pianto... (A Cesare)
CESARE
Oggi non giova.
MARZIA
Ma qualcuno a pietade almen si muova.
CESARE
Per soverchia pietà quasi con lui
vile mi resi. Addio... (In atto di partire)
MARZIA
Fermati.
CATONE
Eh lascia
che s'involi al mio sguardo.
MARZIA
Ah no placate
ormai l'ire ostinate. Assai di pianto
costano i vostri sdegni
alle spose latine. Assai di sangue
costano gli odi vostri all'infelice
popolo di Quirino. Ah non si veda
su l'amico trafitto
più incrudelir l'amico. Ah non trionfi
del germano il germano. Ah più non cada
al figlio che l'uccise il padre accanto.
Basti alfin tanto sangue e tanto pianto.
CATONE
Non basta a lui.
CESARE
Non basta a me! Se vuoi (A Catone)
v'è tempo ancor. Pongo in oblio le offese,
le promesse rinovo,
l'ire depongo e la tua scelta attendo.
Chiedimi guerra o pace,
sodisfatto sarai.
CATONE
Guerra, guerra mi piace.
CESARE
E guerra avrai.

Se in campo armato
vuoi cimentarmi,
vieni che il fato
fra l'ire e l'armi
la gran contesa
deciderà.
SCENA XII
CATONE, MARZIA, indi EMILIA
MARZIA
Ah signor che facesti? Ecco in periglio
la tua, la nostra vita.
CATONE
Il viver mio
non sia tua cura. Emilia
non v'è più pace e fra l'ardor dell'armi
mal sicure voi siete; onde alle navi
portate il piè. Sai che il german di Marzia
di quelle è duce e in ogni evento avrete
pronto lo scampo almen.
EMILIA
Qual via sicura
d'uscir da queste mura
cinte d'assedio?
CATONE
In solitaria parte
d'Iside al fonte appresso
a me noto è l'ingresso
di sotterranea via. Ne cela il varco
de' folti dumi e de' pendenti rami
l'invecchiata licenza. All'acque un tempo
servì di strada, or dall'età cangiata
offre asciutto il camino
dall'offesa cittade al mar vicino.
EMILIA
(Può giovarmi il saperlo).
MARZIA
Ed a chi fidi
la speme o padre? È mal sicura, il sai,
la fé d'Arbace, a ricusarmi ei giunse.
CATONE
Ma nel cimento estremo
ricusarti non può; di tanto eccesso
è incapace, il vedrai.
MARZIA
Farà l'istesso.
SCENA XIII
ARBACE e detti
ARBACE
Signor, so che a momenti
pugnar si deve, imponi
che far degg'io. Senza aspettar l'aurora
ogn'ingiusto sospetto a render vano
vengo sposo di Marzia, ecco la mano.
(Mi vendico così).
CATONE
Nol dissi o figlia.
MARZIA
Temo Arbace ed ammiro
l'incostante tuo cor.
ARBACE
D'ogni riguardo
disciolto io sono e la ragion tu sai.
MARZIA
(Ah mi scopre).
ARBACE
A Catone
deggio un pegno di fede in tal periglio.
CATONE
Che tardi?
EMILIA
(Che farà!)
MARZIA
(Numi consiglio).
EMILIA
Marzia ti rasserena.
MARZIA
Emilia taci.
ARBACE
Or mia sarai.
MARZIA
(Che pena!)
CATONE
Più non s'aspetti, a lei
porgi Arbace la destra.
ARBACE
Eccola. In dono
il cor, la vita, il soglio
così presento a te.
MARZIA
Va', non ti voglio.
ARBACE
Come!
EMILIA
(Che ardir!)
CATONE
Perché?
MARZIA
Finger non giova,
tutto dirò. Mai non mi piacque Arbace,
mai nol soffersi, egli può dirlo; ei chiese
il differir le nozze
per cenno mio, sperai che alfin più saggio
l'autorità d'un padre
impegnar non volesse a far soggetti
i miei liberi affetti.
Ma già che sazio ancora
non è di tormentarmi e vuol ridurmi
a un estremo periglio,
a un estremo rimedio anch'io m'appiglio.
CATONE
Son fuor di me. Donde tant'odio? E donde
tanta audacia in costei?
EMILIA
Forse altro foco
l'accenderà.
ARBACE
Così non fosse.
CATONE
E quale
de' contumaci amori
sarà l'oggetto?
ARBACE
Oh dio.
EMILIA
Chi sa.
CATONE
Parlate.
ARBACE
Il rispetto...
EMILIA
Il decoro...
MARZIA
Tacete, io lo dirò; Cesare adoro.
CATONE
Cesare!
MARZIA
Sì perdona
amato genitor, di lui m'accesi
pria che fosse nemico; io non potei
sciogliermi più. Qual è quel cor capace
d'amare e disamar quando gli piace?
CATONE
Che giungo ad ascoltar.
MARZIA
Placati e pensa
che le colpe d'amor...
CATONE
Togliti indegna,
togliti agl'occhi miei.
MARZIA
Padre...
CATONE
Che padre.
D'una perfida figlia
che ogni rispetto oblia, che in abbandono
mette il proprio dover, padre non sono.
MARZIA
Ma che feci? Agl'altari
forse i numi involai? Forse distrussi
con sacrilega fiamma il tempio a Giove?
Amo alfine un eroe di cui superba
sopra i secoli tutti
va la presente etade, il cui valore
gl'astri, la terra, il mar, gli uomini, i numi
favoriscono a gara, onde se l'amo
o che rea non son io
o il fallo universale approva il mio.
CATONE
Scelerata il tuo sangue... (In atto di ferir Marzia)
ARBACE
Ah no, t'arresta.
EMILIA
Che fai?
ARBACE
Mia sposa è questa.
CATONE
Ah prence, ah ingrata.
Amar un inimico!
Vantarlo in faccia mia! Stelle spietate
a quale affanno i giorni miei serbate.

Dovea svenarti allora
che apristi al dì le ciglia. (A Marzia)
Dite, vedeste ancora (Ad Emilia)
un padre ed una figlia (Ad Arbace)
perfida al par di lei,
misero al par di me.

L'ira soffrir saprei
d'ogni destin tiranno,
a questo solo affanno
costante il cor non è.
SCENA XIV
MARZIA, EMILIA ed ARBACE
MARZIA
Sarete paghi alfin. (Ad Arbace) Volesti al padre
vedermi in odio? Eccomi in odio. (Ad Emilia) Avesti
desio di guerra, eccoci in guerra. Or dite
che bramate di più.
ARBACE
M'accusi a torto.
Tu mi togliesti, il sai,
la legge di tacer.
EMILIA
Io non t'offendo
se vendette desio.
MARZIA
Ma uniti intanto
contro me congiurate.
Ditelo che vi feci, anime ingrate.

So che godendo vai
del duol che mi tormenta.
Ma lieto non sarai, (Ad Arbace)
ma non sarai contenta, (Ad Emilia)
voi penerete ancor.

Nelle sventure estreme
noi piangeremo insieme.
Tu non avrai vendetta, (Ad Emilia)
tu non sperare amor. (Ad Arbace)
SCENA XV
EMILIA ed ARBACE
EMILIA
Udisti Arbace? Il credo appena. A tanto
giunge dunque in costei
un temerario amor? Ne vanti il foco,
te ricusa, me insulta e il padre offende.
ARBACE
Di colei che m'accende
ah non parlar così.
EMILIA
Non hai rossore
di tanta debolezza! A tale oltraggio
resisti ancor?
ARBACE
Che posso far. È ingrata,
è ingiusta, io la conosco e pur l'adoro.
E sempre più s'avanza
colla sua crudeltà la mia costanza.
EMILIA
Se sciogliere non vuoi
dalle catene il cor,
di chi lagnar ti puoi,
non sei costante.

Ti piace il suo rigor,
non cerchi libertà,
l'istessa infedeltà
ti rende amante.
SCENA XVI
ARBACE
ARBACE
L'ingiustizia, il disprezzo,
la tirania, la crudeltà, lo sdegno
dell'ingrato mio ben senza lagnarmi
tolerar io saprei. Tutte son pene
soffribili ad un cor. Ma su le labra
della nemica mia sentir il nome
del felice rival, saper che l'ama,
udir che i pregi ella ne dica e tanto
mostri per lui d'ardire
questo questo è penar, questo è morire.
Vedi in fine

Che sia la gelosia
un gielo in mezzo al foco
è ver, ma questo è poco.
È il più crudel tormento
d'un cor che s'innamora.
E questo è poco ancora.
Io nel mio cor lo sento
ma non lo so spiegar.

Se non portasse amore
affanno sì tiranno,
qual è quel rozzo core
che non vorrebbe amar.
Fine dell'atto secondo
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Libretto for Leo's Catone in Utica. Act II.