Catone in Utica
Libretto
Musica: Leonardo Leo
Libretto: Pietro Metastasio
| Atto I | Atto II | Atto III |
| Scena 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 |
- PERSONAGGI
- CATONE
- senatore romano, nemico di Cesare
- CESARE
- Giulio Cesare, dittatore romano
- MARZIA
- figlia di Catone, amante occulta di Cesare
- EMILIA
- vedova di Pompeo
- ARBACE
- principe reale di Numidia, amico di Catone e amante di Marzia
- FULVIO
- legato del Senato romano a Catone, del partito di Cesare e amante di Emilia
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Parte interna delle mura di Utica con porte della città in prospetto, chiusa da un ponte che poi s'abbassa.
CATONE, MARZIA, ARBACE
CATONE, MARZIA, ARBACE
MARZIA
Perché sì mesto o padre? Oppressa è Roma se giunge a vacillar la tua costanza.
Parla; al cor d'una figlia
la sventura maggiore
di tutte le sventure è il tuo dolore.
ARBACE
Signor che pensi? In quel silenzio appena riconosco Catone. Ov'è lo sdegno
figlio di tua virtù? Dov'è il coraggio?
Dove l'anima intrepida e feroce?
Ah se del tuo gran core
l'ardir primiero è in qualche parte estinto
non v'è più libertà, Cesare ha vinto.
CATONE
Figlia, amico, non sempre la mestizia, il silenzio
è segno di viltade e agl'occhi altrui
si confondon sovente
la prudenza e il timor; se penso e taccio,
taccio e penso a ragion; tutto ha sconvolto
di Cesare il furor. Per lui Farsaglia
è di sangue civil tiepida ancora.
Per lui più non s'adora
Roma, il Senato, al di cui cenno un giorno
tremava il Parto, impallidia lo Scita.
Da barbara ferita
per lui sugli occhi al traditor di Egitto
cadde Pompeo trafitto. E solo in queste
d'Utica anguste mura
mal sicuro riparo
trova alla sua ruina
la fuggitiva libertà latina.
Cesare abbiamo a fronte
che d'assedio ne stringe. I nostri armati
pochi sono e mal fidi; in me ripone
la speme che le avanza
Roma che geme al suo tiranno in braccio;
e chiedete ragion s'io penso e taccio?
MARZIA
Ma non viene a momenti Cesare a te?
ARBACE
Di favellarti ei chiede, dunque pace vorrà.
CATONE
Sperate invano che abbandoni una volta
il desio di regnar; troppo gli costa
per deporlo in un punto.
MARZIA
Chi sa! Figlio è di Roma Cesare ancor.
CATONE
Ma un dispietato figlio che serva la desia, ma un figlio ingrato
che per domarla appieno
non sente orror nel lacerarle il seno.
ARBACE
Tutta Roma non vinse Cesare ancora. A superar gli resta
il riparo più forte al suo furore.
CATONE
E che gli resta mai?ARBACE
Resta il tuo core. E se dal tuo consiglio
regolati saranno, ultima speme
non sono i miei Numidi.
CATONE
M'è noto e il più nascondi tacendo il tuo valor, l'anima grande
a cui fuor che la sorte
d'esser figlia di Roma altro non manca.
ARBACE
Deh tu signor correggi questa colpa non mia; la tua virtude
nel sen di Marzia io da gran tempo adoro.
Nuovo legame aggiungi
alla nostra amistà; soffri ch'io porga
di sposo a lei la mano,
non mi sdegni la figlia e son romano.
MARZIA
Come! Allor che paventa la nostra libertà l'ultimo fato,
che a' nostri danni armato
arde il mondo di bellici furori
parla Arbace di nozze e chiede amori?
CATONE
Deggion le nozze, o figlia, più al pubblico riposo
che alla scelta servir del genio altrui.
Con tal cambio di affetti
si meschiano le cure. Ognun difende
parte di sé nell'altro, onde muniti
di nodo sì tenace
crescon gl'imperi e stanno i regni in pace.
ARBACE
Felice me se approva al par di te con men turbate ciglia
Marzia gli affetti miei.
CATONE
Marzia è mia figlia.MARZIA
E tu signor vorrai che la tua prole istessa, una che nacque
cittadina di Roma e fu nudrita
all'aura trionfal del Campidoglio
scenda al nodo d'un re?
ARBACE
(Che bell'orgoglio!)CATONE
Come cangia la sorte si cangiano i costumi. In ogni tempo
tanto fasto non giova e a te non lice
esaminar la volontà del padre.
Principe non temer, fra poco avrai
Marzia tua sposa. In queste braccia intanto
del mio paterno amore
prendi il pegno primiero e ti rammenta
ch'oggi Roma è tua patria. Il tuo dovere
or che romano sei
è di salvarla o di cader con lei.
Con sì bel nome in fronte
combatterai più forte
rispetterà la sorte
di Roma un figlio in te.
II
MARZIA, ARBACE
ARBACE
Poveri affetti miei se non sanno impetrar dal tuo bel core
pietà, se non amore.
MARZIA
M'ami Arbace?ARBACE
Se t'amo! E così poco si spiegano i miei sguardi
che se il labro nol dice, ancor nol sai?
MARZIA
Ma qual prova finora ebbi dell'amor tuo?
ARBACE
Nulla chiedesti.MARZIA
E s'io chiedessi o prence questa prova or da te?
ARBACE
Fuor che lasciarti tutto farò.
MARZIA
Già sai qual di eseguir necessità ti stringa
se mi sproni a parlar.
ARBACE
Parla; ne brami sicurezza maggior? Su la mia fede,
sul mio onor ti assicuro,
il giuro ai numi, a que' begli occhi il giuro.
Che mai chieder mi puoi? La vita? Il soglio?
Imponi, eseguirò.
MARZIA
Tanto non voglio. Bramo che in questo giorno
non si parli di nozze, a tua richiesta
il padre vi acconsenta,
non sappia ch'io l'imposi e son contenta.
ARBACE
Perché voler ch'io stesso la mia felicità tanto allontani?
MARZIA
Il merto di ubbidir perde chi chiede la ragion del comando.
ARBACE
Ah so ben io qual ne sia la cagion. Cesare ancora
è la tua fiamma. All'amor mio perdona
un libero parlar. So che l'amasti,
oggi in Utica ei viene, oggi ti spiace
che si parli di nozze, i miei sponsali
oggi ricusi al genitore in faccia
e vuoi da me ch'io t'ubbidisca e taccia?
MARZIA
Forse i sospetti tuoi dileguar io potrei ma tanto ancora
non deggio a te. Servi al mio cenno e pensa
a quanto promettesti, a quanto imposi.
ARBACE
Ma poi quegl'occhi amati mi saranno pietosi o pur sdegnati?
MARZIA
Non ti minaccio sdegno,
non ti prometto amor.
Dammi di fede un pegno,
fidati del mio cor,
vedrò se m'ami.
E di premiarti poi
resti la cura a me
né domandar mercé
se pur la brami. (Parte)
non ti prometto amor.
Dammi di fede un pegno,
fidati del mio cor,
vedrò se m'ami.
E di premiarti poi
resti la cura a me
né domandar mercé
se pur la brami. (Parte)
SCENA III
ARBACE
ARBACE
Che giurai! Che promisi! A qual comando ubbidir mi conviene! E chi mai vide
più misero di me! La mia tiranna
quasi sugl'occhi miei si vanta infida
ed io l'armi le porgo onde m'uccida.
Mi lusinga il dolce affetto
con l'aspetto del mio bene
ma chi sa! Temer conviene
che m'inganni amando ancor.
Ma tradir se posso mai
quei bei rai e l'abbandono,
infedele, ingrato sono
son crudele e traditor.
SCENA IV
CATONE, poi CESARE e FULVIO
CATONE
Dunque Cesare venga. Io non intendo qual cagion lo conduca! È inganno! È tema!
No, d'un romano in petto
non giunge a tanto ambizion d'impero
che dia ricetto a così vil pensiero.
(Cala il ponte e vien Cesare e Fulvio)
CESARE
Con cento squadre e cento a mia difesa armate in campo aperto
non mi presento a te. Senz'armi e solo
sicuro di tua fede
fra le mura nemiche io porto il piede,
tanto Cesare onora
la virtù di Catone emulo ancora.
CATONE
Mi conosci abbastanza, onde in fidarti nulla più del dovere a me rendesti.
Di che temer potresti?
In Egitto non sei. Qui delle genti
si serba ancor l'universal ragione
né vi son Tolomei dov'è Catone.
CESARE
È ver, noto mi sei; già il tuo gran nome fin da' prim'anni a venerare appresi.
In cento boche intesi
della patria chiamarti
padre e sostegno e delle antiche leggi
riggido difensor. Fu poi la sorte
prodiga all'armi mie del suo favore.
Ma l'acquisto maggiore
per cui contento ogni altro acquisto io cedo
è l'amicizia tua, questa ti chiedo.
FULVIO
E il Senato la chiede. A voi m'invia nuncio del suo voler. È tempo ormai
che da' privati sdegni
la combattuta patria abbia riposo.
Scema d'abitatori
è già l'Italia afflitta. Alle campagne
già mancano i cultori,
manca il ferro agli aratri. In uso d'armi
tutto il furor converte e mentre Roma
con le sue mani il proprio sen divide
gode l'Asia incostante, Africa ride.
CATONE
Chi vuol Catone amico facilmente l'avrà. Sia fido a Roma.
CESARE
Chi più fido di me? Spargo per lei il sudor da gran tempo e il sangue mio.
Il gelido Brittanno
per me le ignote ancora
romane insegne a venerare apprese.
Ogni clima remoto
vinse per me...
CATONE
Già tutto il resto è noto. Di tue famose imprese
godiamo i frutti e in ogni parte abbiamo
pegni dell'amor tuo. Dunque mi credi
mal accorto così ch'io non ravvisi
velato di virtude il tuo disegno?
So che il desio di regno,
che il tirannico genio onde infelici
tanti hai reso fin qui...
FULVIO
Signor che dici? Di ricomporre i disuniti affetti
non son queste le vie. Di pace io venni
non di risse ministro.
CATONE
E ben si parli. (Udiam che dir potrà).
FULVIO
(Tanta virtude troppo acerbo lo rende). (A Cesare)
CESARE
(Io l'ammiro però se ben m'offende). (A Fulvio) Pende il mondo diviso
dal tuo, dal cenno mio. Sol che la nostra
amicizia si stringa il tutto è in pace.
Se del sangue latino
qualche pietà pur senti, i sensi miei
placido ascolterai.
SCENA V
EMILIA e detti
EMILIA
Che veggio, o dei! Questo è dunque l'asilo
ch'io sperai da Catone? Un luogo istesso
la sventurata accoglie
vedova di Pompeo col suo nemico?
Ove son le promesse?
Ove la mia vendetta? (A Catone)
Così sveni il tiranno?
Così d'Emilia il difensor tu sei?
Fin di pace si parla in faccia a lei?
FULVIO
(In mezzo alle sventure è bella ancor).
CATONE
Tanto trasporto Emilia perdono al tuo dolor. Quando l'oblio
delle private offese
util si rende al commun bene, è giusto.
EMILIA
Qual utile, qual fede sperar si può dall'oppressor di Roma?
CESARE
A Cesare oppressor? Chi l'ombra errante colla funebre pompa
placò del gran Pompeo? Forse ti tolsi
armi, navi e compagni? A te non resi
e libertade e vita?
EMILIA
Io non la chiesi. Ma già che vivo ancor saprò valermi
contro te del tuo don; finché non vegga
la tua testa recisa, e terre e mari
scorrerò disperata; in ogni parte
lascerò le mie furie e tanta guerra
contro ti desterò che non rimanga
più nel mondo per te sicura sede.
Sai che già tel promisi, io serbo fede.
CATONE
Modera il tuo furor.CESARE
Se tanto ancora sei sdegnata con me sei troppo ingiusta.
EMILIA
Ingiusta? E tu non sei la cagion de' miei mali? Il mio consorte
tua vittima non fu? Forse presente
non ero allor che dalla nave ei scese
sul picciolo del Nilo infido legno?
Io con quest'occhi io vidi
splender l'infame acciaro
che il sen gli aperse, il primo sangue io vidi
macchiar fuggendo al traditor il volto.
Fra i barbari omicidi
non mi gittai, che questo ancor mi tolse
l'onda fraposta e la pietade altrui.
Né v'era, il credo appena,
di tanto già seguace mondo un solo
che potesse a Pompeo chiuder le ciglia.
Tanto invidian gli dei chi lor somiglia.
FULVIO
(Pietà mi desta).CESARE
Io non ho parte alcuna di Tolomeo nell'empietade; assai
la vendetta ch'io presi è manifesta;
e sa il ciel, tu lo sai
s'io piansi allor su l'onorata testa.
CATONE
Ma chi sa se piangesti per gioia o per dolor; la gioia ancora
ha le lagrime sue.
FULVIO
Questo non parmi tempo opportuno a favellar di pace.
Chiede l'affar più solitaria parte
e mente più serena.
CATONE
Al mio soggiorno dunque in breve io vi attendo e tu fra tanto
pensa Emilia che tutto
lasciar l'affanno in libertà non dei,
giacché ti fe' la sorte
figlia a Scipione ed a Pompeo consorte.
Pensa di chi sei figlia (Ad Emilia)
e ad esser forte apprendi.
Cesare, e tu m'attendi (A Cesare)
ch'io ti risponderò.
Se l'odio in te consiglia
pensa chi avesti sposo, (Ad Emilia)
io del commun riposo
teco poi parlerò. (A Cesare)
SCENA VI
CESARE, EMILIA e FULVIO
CESARE
Tu taci Emilia? In quel silenzio io spero un principio di calma.
EMILIA
T'inganni. Allor ch'io taccio medito le vendette.
FULVIO
E non ti plachi d'un vincitor sì generoso a fronte?
EMILIA
Io placarmi! Anzi sempre in faccia a lui se fosse ancor di mille squadre cinto
dirò che l'odio e che lo voglio estinto.
CESARE
Nell'ardire che il seno ti accende,
così bello lo sdegno si rende
che in un punto mi desti nel petto
meraviglia, rispetto e pietà.
Tu m'insegni con quanta costanza
si contrasti alla sorte innumana
e che sono ad un'alma romana
nomi ignoti timore e viltà. (Parte)
così bello lo sdegno si rende
che in un punto mi desti nel petto
meraviglia, rispetto e pietà.
Tu m'insegni con quanta costanza
si contrasti alla sorte innumana
e che sono ad un'alma romana
nomi ignoti timore e viltà. (Parte)
SCENA VII
EMILIA e FULVIO
EMILIA
Quanto da te diverso io ti riveggo o Fulvio; e che ti rese
di Cesare seguace, a me nemico?
FULVIO
Allor ch'io servo a Roma non son nemico a te. Troppo ho nell'alma
de' pregi tuoi la bella imago impressa
e s'io men di rispetto
avessi al tuo dolor, direi che ancora
Emilia m'innamora,
che adesso ardo per lei, qual arsi pria
che la sventura mia
a Pompeo la donasse, e le direi
ch'è bella anche nel duolo agli occhi miei.
EMILIA
Mal si accordano insieme di Cesare l'amico
e l'amante d'Emilia, o lui difendi
o vendica il mio sposo; a questo prezzo
ti permetto che m'ami.
FULVIO
(Ah che mi chiede! Si lusinghi).
EMILIA
Che pensi?FULVIO
Penso che non dovresti dubitar di mia fé.
EMILIA
Dunque sarai ministro del mio sdegno?
FULVIO
Un tuo comando prova ne faccia.
EMILIA
Io voglio Cesare estinto. Or posso
di te fidarmi?
FULVIO
Ogn'altra man sarebbe men fida della mia.
EMILIA
Questo basta per ora.FULVIO
Tutto sperar tu dei da chi t'adora. SCENA VIII
EMILIA sola
EMILIA
Se gli altrui folli amori ascolto e soffro e s'io respiro ancor doppo il tuo fato
perdona, o sposo amato.
Perdona; a vendicarmi
non mi restano altr'armi. A te gli affetti
tutti donai, per te li serbo e quando
termini il viver mio saranno ancora
al primo nodo avvinti,
s'è ver ch'oltre la tomba aman gli estinti.
O nel sen di qualche stella
o sul margine di Lete
se mi attendi anima bella
non sdegnarti anch'io verrò.
Sì verrò ma voglio pria
che preceda all'ombra mia
l'ombra rea di quel tiranno
che a tuo danno il mondo armò. (Parte)
SCENA IX
Fabriche in parte rovinate vicino al soggiorno di Catone.
CESARE e FULVIO
CESARE e FULVIO
CESARE
Giunse dunque a tentarti d'infedeltade Emilia e tanto spera
dall'amor tuo?
FULVIO
Sì, ma per quanto io l'ami amo più la mia gloria.
Infido a te mi finsi
per sicurezza tua, così palesi
saranno i suoi disegni.
CESARE
A Fulvio amico tutto fido me stesso; or mentre io vado
il campo a riveder qui resta e siegui
il suo core a scoprir.
FULVIO
Tu parti?CESARE
Io deggio prevenire i tumulti
che la tardanza mia destar potrebbe.
FULVIO
E Catone?CESARE
A lui vanne e l'assicura che pria che giunga a mezzo il corso il giorno
a lui farò ritorno.
FULVIO
Andrò ma veggio Marzia che viene.
CESARE
In libertà mi lascia un momento con lei, finora invano
la ricercai. T'è noto...
FULVIO
Io so che l'ami, so che t'adora anch'ella e so per prova
qual piacer si ritrova
dopo lunga stagion nel dolce istante
che rivede il suo bene un fido amante. (Parte)
SCENA X
MARZIA e CESARE
CESARE
Pur ti riveggo o Marzia. Agli occhi miei appena il credo e temo
che per costume a figurarti avvezzo
mi lusinghi il pensiero; oh quante volte
fra l'armi e le vicende in cui m'avvolse
l'incostante fortuna a te pensai.
E tu spargesti mai
un sospiro per me? Rammenti ancora
la nostra fiamma? Al par di tua bellezza
crebbe il tuo amore o pur scemò? Qual parte
hanno gli affetti miei
negli affetti di Marzia?
MARZIA
E tu chi sei?CESARE
Chi sono? E qual richiesta? È scherzo? È sogno? Così tu di pensiero
o così di sembianza io mi cangiai?
Non mi ravvisi?
MARZIA
Io non ti viddi mai.CESARE
Cesare non vedesti? Cesare non ravvisi?
Quello che tanto amasti,
quello a cui tu giurasti
per volger d'anni o per destin rubello
di non essergli infida?
MARZIA
E tu sei quello! No, tu quello non sei, ne usurpi il nome.
Un Cesare adorai, nol niego, ed era
della patria il sostegno,
l'onor del Campidoglio,
il terror de' nemici,
la delizia di Roma,
del mondo intier dolce speranza e mia.
Questo Cesare amai, questo mi piacque
pria che l'avesse il ciel da me diviso.
Questo Cesare torni e lo ravviso.
CESARE
Sempre l'istesso io sono e se al tuo sguardo più non sembro l'istesso, o pria l'amore
o t'inganna or lo sdegno. All'armi, all'ire
mi spinse a mio dispetto
più che la scelta mia l'invidia altrui.
Combattei per difesa. A te dovevo
conservar questa vita e se pugnando
scorsi poi vincitor di regno in regno
sperai farmi così di te più degno.
MARZIA
Molto ti deggio inver, se ingiusta offesi il tuo cor generoso a me perdona.
Io semplice finora
sempre credei che si facesse guerra
solamente a' nemici e non spiegai
come pegni amorosi i tuoi furori.
Ma in avvenir l'affetto
d'un grand'eroe che viva innamorato
conoscerò così. Barbaro, ingrato.
CESARE
Che far di più dovrei. Supplice io stesso vengo a chiedervi pace,
quando potrei... Tu sai...
MARZIA
So che con l'armi però la chiedi.
CESARE
E disarmato all'ira de' nemici ho da espormi?
MARZIA
Eh di' che il solo impaccio al tuo disegno è il padre mio.
Di' che lo brami estinto e che non soffri
nel mondo che vincesti
che sol Catone a soggiogar ti resti.
CESARE
Or m'ascolta e perdona un sincero parlar. Quanto me stesso
io t'amo, è ver; ma la beltà del volto
non fu che mi legò, Catone adoro
nel sen di Marzia; il tuo bel core ammiro
come parte del suo; qua più mi trasse
l'amicizia per lui che il nostro amore.
E se, lascia ch'io possa
dirti ancor più, se m'imponesse un nume
di perdere un di voi, morir d'affanno
nella scelta potrei
ma Catone e non Marzia io salverei.
MARZIA
Ecco il Cesare mio. Comincio adesso a ravvisarlo in te. Così mi piaci,
così m'innamorasti. Ama Catone,
io non ne son gelosa, un tal rivale
se divide il tuo core
più degno sei ch'io ti conservi amore.
CESARE
Questa è troppa vittoria. Ah mal da tanta generosa virtude io mi difendo.
Ti rassicura. Io penso
al tuo riposo e pria che cada il giorno
dall'opre mie vedrai
che son Cesare ancora e che t'amai.
Chi un dolce amor condanna
vegga la mia nemica,
l'ascolti e poi mi dica
s'è debolezza amor.
Quando da sì bel fonte
derivano gli affetti
vi son gli eroi soggetti,
amano i numi ancor.
SCENA XI
MARZIA, poi CATONE
MARZIA
Mie perdute speranze rinascer tutte entro il mio sen vi sento.
Chi sa. Gran parte ancora
resta di questo dì. Placato il padre
se all'amistà di Cesare si appiglia
non m'avrà forse Arbace.
CATONE
Andiamo o figlia.MARZIA
Dove?CATONE
Al tempio, alle nozze del prencipe numida.
MARZIA
(Oh dei!) Ma come sollecito così?
CATONE
Non soffre indugio la nostra sorte.
MARZIA
(Arbace infido). All'ara forse il prence non giunse.
CATONE
Un mio fedele già corse ad affrettarlo. (In atto di partire)
MARZIA
(Ah che tormento). SCENA XII
ARBACE e detti
ARBACE
Deh t'arresta o signor. (A Catone)MARZIA
Sarai contento. (Piano ad Arbace)CATONE
Vieni o principe, andiamo a compir l'imeneo. Potea più pronto
donar quanto promisi?
ARBACE
A sì gran dono è poco il sangue mio ma se pur vuoi
che si renda più grato, all'altra aurora
differirlo ti piaccia. Oggi si tratta
grave affar co' nemici e il nuovo giorno
tutto al piacer può consacrarsi intero.
CATONE
No, già fumano l'are, son raccolti i ministri ed importuna
sarebbe ogni dimora.
ARBACE
Marzia che deggio far? (Piano a Marzia)MARZIA
Mel chiedi ancora? (Piano ad Arbace)ARBACE
Il più signor concedi e mi contendi il meno.
CATONE
E tanto importa a te l'indugio?
ARBACE
Oh dio... Non sai... (Che pena!)CATONE
Ma qual freddezza è questa! Io non intendo! Fosse Marzia l'audace
che si oppone a' tuoi voti? (Ad Arbace)
MARZIA
Io! Parli Arbace.ARBACE
No, son io che ti priego.CATONE
Ah qualche arcano qui si nasconde. Ei chiede...
Poi ricusa la figlia... Il giorno istesso
che vien Cesare a noi tanto si cangia...
Sì lento... Sì confuso... Io temo... Arbace
non ti sarebbe già tornato in mente
che nascesti africano?
ARBACE
Io da Catone tutto sopporto e pure...
CATONE
E pur assai diverso io ti credea.
ARBACE
Vedrai...CATONE
Viddi abbastanza e nulla ormai più da veder m'avanza. (Parte)
ARBACE
Brami di più crudele? Ecco adempito il tuo comando, ecco in sospetto il padre
ed eccomi infelice, altro vi resta
per appagarti?
MARZIA
Ad ubbidirmi Arbace incominciasti appena e in faccia mia
già ne fai sì gran pompa.
ARBACE
O tirannia! SCENA XIII
EMILIA e detti
EMILIA
In mezzo al mio dolore a parte anch'io son de' vostri contenti illustri sposi.
ARBACE
Riserba ad altro tempo gli auguri Emilia, è ancor sospeso il nodo.
EMILIA
Si cangiò di pensiero Catone o Marzia?
ARBACE
Eh non ha Marzia un core tanto crudele. Ella per me sospira
tutta costanza e fede,
da' sguardi suoi, dal suo parlar si vede.
EMILIA
Dunque il padre mancò?ARBACE
Né pur.EMILIA
Chi è mai cagion di tanto indugio?
MARZIA
Arbace il chiede.EMILIA
Tu prence?ARBACE
Io sì.EMILIA
Perché?ARBACE
Perché desio maggior prova d'amor. Perché ho diletto
di vederla penar.
EMILIA
E Marzia il soffre?MARZIA
Che posso far. Di chi ben ama è questa la dura legge.
EMILIA
Io non l'intendo e parmi il vostro amore inusitato e nuovo.
ARBACE
Anch'io poco l'intendo e pur lo provo.Che legge spietata,
che sorte crudele,
d'un'alma piagata,
d'un core fedele,
servire, soffrire,
tacere e penar.
Se poi l'infelice
dimanda mercede,
si sprezza, si dice
che troppo richiede,
che impari ad amar.
SCENA XIV
MARZIA ed EMILIA
EMILIA
Se manca Arbace alla promessa fede è Cesare l'indegno
che l'ha sedotto.
MARZIA
I tuoi sospetti affrena. È Cesare incapace
di cotanta viltà benché nemico.
EMILIA
Tu nol conosci, è un empio, ogni delitto pur che giovi a regnar virtù gli sembra.
MARZIA
E pur sì fidi e numerosi amici adorano il suo nome.
EMILIA
È de' malvaggi il numero maggior. Gl'unisce insieme
delle colpe il comercio. Indi a vicenda
si soffrono tra loro e i buoni anch'essi
si fan rei coll'esempio o sono oppressi.
MARZIA
Queste massime Emilia lasciam per ora e favelliam fra noi.
Dimmi. Non prese l'armi
lo sposo tuo per gelosia d'impero?
E a te, palesa il vero,
questa idea di regnar forse dispiacque?
S'era Cesare il vinto
l'ingiusto era Pompeo. La sorte accusa.
È grande il colpo, il veggio anch'io, ma alfine
non è reo d'altro errore
che d'esser più felice il vincitore.
EMILIA
E ragioni così? Che più diresti Cesare amando? Ah ch'io ne temo e parmi
che il tuo parlar lo dica.
MARZIA
E puoi creder che l'ami una nemica?EMILIA
Un certo non so che
veggo negli occhi tuoi;
tu vuoi che amor non sia,
sdegno però non è.
Se fosse amor, l'affetto
estingui o cela in petto.
L'amar così saria
troppo delitto in te.
veggo negli occhi tuoi;
tu vuoi che amor non sia,
sdegno però non è.
Se fosse amor, l'affetto
estingui o cela in petto.
L'amar così saria
troppo delitto in te.
SCENA XV
MARZIA
MARZIA
Ah troppo dissi e quasi tutto Emilia comprese l'amor mio. Ma chi può mai
sì ben dissimular gli affetti sui
che gli asconda per sempre agl'occhi altrui.
È follia se nascondete
fidi amanti il vostro foco.
A scoprir quel che tacete
un pallor basta improviso,
un rossor che accende il viso,
uno sguardo ed un sospir.
E se basta così poco
a scoprir quel che si tace,
perché perder la sua pace
con asconder il martir. (Parte)
Fine dell'atto primo
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