Libretto for Hasse's Artaserse. Act I.
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Artaserse
Libretto

Musica: Johann Adolph Hasse
Libretto: Pietro Metastasio

Atto IAtto IIAtto III
Scena  1  | 2  | 3  | 4  | 5  | 6  | 7  | 8  | 9  | 10  | 11  | 12  | 13  | 14  | 15
  • PERSONAGGI
  • ARTASERSE
  • principe e poi re di Persia, amico di Arbace ed amante di Semira
  • MANDANE
  • sorella d'Artaserse ed amante d'Arbace
  • ARTABANO
  • prefetto delle guardie reali, padre di Arbace e di Semira
  • ARBACE
  • amico d'Artaserse ed amante di Mandane
  • SEMIRA
  • sorella d'Arbace ed amante d'Artaserse
  • MEGABISE
  • generale dell'armi e confidente di Artabano
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Giardino interno nel palazzo dei re di Persia corrispondente a diversi appartamenti. Vista della regia, notte con luna.
MANDANE e ARBACE
ARBACE
Addio.
MANDANE
Sentimi Arbace.
ARBACE
Ah che l'aurora
adorata Mandane è già vicina.
E se mai noto a Serse
fosse ch'io venni in questa regia ad onta
del barbaro suo cenno, in mia difesa
a me non bastarebbe
un trasporto d'amor che mi consiglia,
non bastarebbe a te d'essergli figlia.
MANDANE
Saggio è il timor. Questo real soggiorno
periglioso è per te. Ma puoi di Susa
fra le mura restar. Serse ti vuole
esule dalla regia
ma non dalla città. Non è perduta
ogni speranza ancor. Sai che Artabano
il tuo gran genitore
regola a voglia sua di Serse il core,
che a lui di penetrar sempre è permesso
ogni interno recesso
dell'albergo real, che il mio germano
Artaserse si vanta
dell'amicizia tua. Cresceste insieme
di fama e di virtù. Voi sempre uniti
vide la Persia alle più dubbie imprese
e l'un dall'altro ad emularsi apprese.
Ti ammirano le schiere,
il popolo t'adora e nel tuo braccio
il più saldo riparo aspetta il regno.
Avrai fra tanti amici alcun sostegno.
ARBACE
Ci lusinghiamo o cara. Il tuo germano
vorrà giovarmi invano. Ove si tratta
la difesa d'Arbace, egli è sospetto
non men del padre mio. Qualunque scusa
rende dubbiosa alla credenza altrui
nel padre il sangue e l'amicizia in lui.
L'altra turba incostante
manca de' falsi amici, allor che manca
il favor del monarca. Oh quanti sguardi
che mirai rispettosi or soffro alteri!
Onde che vuoi ch'io speri? Il mio soggiorno
serve a te di periglio, a me di pena.
A te perché di Serse
i sospetti fomenta, a me che deggio
vicino a' tuoi bei rai
trovarmi sempre e non vederti mai.
Giacché il nascer vassallo
colpevole mi fa, voglio ben mio
voglio morire o meritarti. Addio. (In atto di partire)
MANDANE
Crudel, come hai costanza
di lasciarmi così?
ARBACE
Non sono, o cara,
il crudel non son io. Serse è il tiranno,
l'ingiusto è il padre tuo.
MANDANE
Di qualche scusa
egli è degno però, quando ti niega
le richieste mie nozze. Il grado... Il mondo...
La distanza fra noi... Chi sa che a forza
non simuli fierezza e che in segreto
pietoso il genitore
forse non disapprovi il suo rigore.
ARBACE
Potea senza oltraggiarmi
niegarti a me; ma non dovea da lui
discacciarmi così, come s'io fossi
un rifiuto del volgo, e dirmi vile,
temerario chiamarmi. Ah principessa
questo disprezzo io sento
nel più vivo del cor. Se gli avi miei
non distinse un diadema, in fronte almeno
lo sostennero ai suoi. Se in queste vene
non scorre un regio sangue, ebbi valore
di serbarlo al suo figlio. I suoi produca,
non i merti degli avi. Il nascer grande
è caso e non virtù, che se ragione
regolasse i natali e desse i regni
solo a colui ch'è di regnar capace,
forse Arbace era Serse e Serse Arbace.
MANDANE
Con più rispetto in faccia a chi t'adora
parla del genitor.
ARBACE
Ma quando soffro
una ingiuria sì grande e che m'è tolta
la libertà d'un innocente affetto
se non fo che lagnarmi ho gran rispetto.
MANDANE
Perdonami. Io comincio
a dubitar dell'amor tuo. Tant'ira
mi desta a meraviglia,
non spero che il tuo core
odiando il genitore ami la figlia.
ARBACE
Ma quest'odio o Mandane
è argomento d'amor. Troppo mi sdegno,
perché troppo t'adoro e perché penso
che costretto a lasciarti
forse mai più ti rivedrò, che questa
forse l'ultima volta... Oh dio tu piangi!
Ah non pianger ben mio; senza quel pianto
son debole abbastanza. In questo caso
io ti voglio crudel. Soffri ch'io parta,
la crudeltà del genitore imita. (Come sopra)
MANDANE
Ferma, aspetta. Ah mia vita
io non ho cor che basti
a vedermi lasciar; partir vogl'io;
addio mio ben.
ARBACE
Mia principessa addio.
MANDANE
Conservati fedele,
pensa ch'io resto e peno.
E qualche volta almeno
ricordati di me.

Ch'io per virtù d'amore
parlando col mio core
ragionerò con te.
SCENA II
ARBACE, poi ARTABANO con spada nuda insanguinata
ARBACE
O comando! O partenza!
O momento crudel che mi divide
da colei per cui vivo e non m'uccide!
ARTABANO
Figlio, Arbace.
ARBACE
Signor.
ARTABANO
Dammi il tuo ferro.
ARBACE
Eccolo.
ARTABANO
Prendi il mio; fuggi, nascondi
quel sangue ad ogni sguardo.
ARBACE
Oh dei! Qual seno (Guardando la spada)
questo sangue versò?
ARTABANO
Parti; saprai
tutto da me.
ARBACE
Ma quel pallore o padre,
quei sospettosi sguardi
m'empiono di terror. Gelo in udirti
così con pena articolar gli accenti.
Parla! Dimmi, che fu?
ARTABANO
Sei vendicato,
Serse morì per questa man.
ARBACE
Che dici!
Che sento! Che facesti!
ARTABANO
Amato figlio
l'ingiuria tua mi punse,
son reo per te.
ARBACE
Per me sei reo! Mancava
questa alle mie sventure. Ed or che speri?
ARTABANO
Una gran tela ordisco,
forse tu regnarai; parti, al disegno
necessario è ch'io resti.
ARBACE
Io mi confondo in questi
orribili momenti.
ARTABANO
E tardi ancora?
ARBACE
Oh dio...
ARTABANO
Parti, non più, lasciami in pace.
ARBACE
Che giorno è questo o disperato Arbace!

Fra cento affanni e cento
palpito, tremo e sento
che freddo dalle vene
fugge il mio sangue al cor.

Prevedo del mio bene
il barbaro martiro;
e la virtù sospiro
che perse il genitor.
SCENA III
ARTABANO, poi ARTASERSE e MEGABISE con guardie
ARTABANO
Coraggio o miei pensieri; il primo passo
v'obliga agli altri. Il trattener la mano
su la metà del colpo
è un farsi reo senza sperarne il frutto.
Tutto si versi, tutto
fino all'ultima stilla il regio sangue.
Né vi sgomenti un vano
stimolo di virtù. Di lode indegno
non è, come altri crede, un grand'eccesso.
Contrastar con sé stesso,
resistere a' rimorsi, in mezzo a tanti
oggetti di timor serbarsi invitto
son virtù necessarie a un gran delitto.
Ecco il principe! All'arte.
Qual'insolite voci! (Guardando attorno)
Qual tumulto! Ah signor tu in questo luogo
prima del dì? Chi ti destò nel seno
quell'ira che lampeggia in mezzo al pianto?
ARTASERSE
Caro Artabano o quanto
necessario mi sei! Consiglio, aiuto,
vendetta, fedeltà.
ARTABANO
Principe io tremo
al confuso comando.
Spiegati meglio.
ARTASERSE
Oh dio
svenato il padre mio
giace colà su le tradite piume.
ARTABANO
Come!
ARTASERSE
Nol so. Di questa
notte funesta infra i silenzi e l'ombre
assicurò la colpa un'alma ingrata.
ARTABANO
O insana, o scelerata
sete di regno! E qual pietà, qual santo
vincolo di natura è mai bastante
a frenar le tue furie!
ARTASERSE
Amico intendo.
È l'infedel germano,
è Dario il reo.
ARTABANO
Chi mai potea la regia
notturno penetrar? Chi avvicinarsi
al talamo real? Gli antichi sdegni,
il suo torbido genio avido tanto
dello scettro paterno... Ah ch'io prevedo
in periglio i tuoi giorni.
Guardati per pietà. Serve di grado
un eccesso talvolta all'altro eccesso.
Vendica il padre tuo, salva te stesso.
ARTASERSE
Ah se v'è alcun che senta
pietà d'un re trafitto,
orror del gran delitto,
amicizia per me, vada, punisca
il parricida, il traditor.
ARTABANO
Custodi,
vi parla in Artaserse
un prence, un figlio e se volete in lui
vi parla il vostro re. Compite il cenno,
punite il reo; son vostro duce; io stesso
reggerò l'ire vostre, i vostri sdegni.
(Favorisce fortuna i miei disegni). (In atto di partire)
ARTASERSE
Ferma, ove corri? Ascolta.
Chi sa che la vendetta
non turbi il genitor più che l'offesa!
Dario è figlio di Serse.
ARTABANO
Empio sarebbe
un pietoso consiglio.
Chi uccise il genitor non è più figlio.
SCENA IV
ARTASERSE e MEGABISE
ARTASERSE
Qual vittima si svena ah Megabise...
MEGABISE
Sgombra le tue dubiezze. Un colpo solo
punisce un empio ed assicura il regno.
ARTASERSE
Ma potrebbe il mio sdegno
al mondo comparir desio d'impero.
Questo, questo pensiero
saria bastante a funestar la pace
di tutti i giorni miei. No no, si vada
il cenno a rivocar... (In atto di partire)
MEGABISE
Signor che fai?
È tempo, è tempo ormai
di rammentar le tue private offese.
Il barbaro germano
ad esserti inumano
più volte t'insegnò.
ARTASERSE
Ma non degg'io
imitarlo ne' falli. Il suo delitto
non giustifica il mio. Qual colpa al mondo
un esempio non ha? Nessuno è reo
se basta ai falli sui
per difesa portar l'esempio altrui.
MEGABISE
Ma ragion di natura
è il diffender sé stesso. Egli t'uccide
se non l'uccidi.
ARTASERSE
Il mio periglio appunto
impegnarà tutto il favor di Giove
del reo germano ad involarmi all'ira.
SCENA V
SEMIRA e detti
SEMIRA
Dove principe, dove?
ARTASERSE
Addio Semira.
SEMIRA
Tu mi fuggi Artaserse?
Sentimi, non partir.
ARTASERSE
Lascia ch'io vada,
non arrestarmi.
SEMIRA
In questa guisa accogli
chi sospira per te?
ARTASERSE
Se più t'ascolto
troppo o Semira il mio dovere offendo.
SEMIRA
Va' pure ingrato, il tuo disprezzo intendo.
ARTASERSE
Per pietà bell'idol mio
non mi dir ch'io son ingrato.
Infelice e sventurato
abbastanza il ciel mi fa.

Se fedele a te son io,
se mi struggo a' tuoi bei lumi,
sallo amor, lo sanno i numi,
il mio core, il tuo lo sa.
SCENA VI
SEMIRA e MEGABISE
SEMIRA
Gran cose io temo. Il mio germano Arbace
parte pria dell'aurora; il padre armato
incontro e non mi parla; accusa il cielo
agitato Artaserse e m'abbandona;
Megabise che fu! Se tu lo sai
determina il mio core
fra tanti suoi timori a un sol timore.
MEGABISE
E tu sola non sai che Serse ucciso
fu poc'anzi nel sonno?
Che Dario è l'uccisore? E che la regia
fra le gare fraterne arde divisa?
SEMIRA
Che ascolto! Or tutto intendo.
Miseri noi! Misera Persia!
MEGABISE
Eh lascia
d'affliggerti Semira. Hai forse parte
fra l'ire ambiziose e fra i delitti
della stirpe real? Forse paventi
che un re manchi alla Persia? Avremo, avremo
purtroppo a chi servir. Si versi il sangue
de' rivali germani, inondi il trono.
Qualunque vinca indifferente io sono.
SEMIRA
Nei disastri d'un regno
ciascuno ha parte e nel fedel vassallo
l'indifferenza è rea. Sento che immondo
è del sangue paterno un empio figlio,
che Artaserse è in periglio; e vuoi ch'io miri
questa vera tragedia
spettatrice indolente e senza pena
come i casi d'Oreste in finta scena?
MEGABISE
So che parla in Semira
d'Artaserse l'amor. Ma senti. O questo
del germano trionfa e asceso in trono
di te non avrà cura. O resta oppresso
e l'oppressor vorrà vederlo estinto;
onde lo perdi o vincitore o vinto.
Vuoi d'un labro fedele
il consiglio ascoltar? Scegli un amante
eguale al grado tuo. Sai che l'amore
d'uguaglianza si nutre; e se mai porre
volessi in opra il mio consiglio, allora
ricordati ben mio di chi t'adora.
SEMIRA
Veramente il consiglio
degno è di te. Ma voglio
renderne un altro in ricompensa e parmi
più opportuno del tuo; lascia d'amarmi.
MEGABISE
È impossibile o cara
vederti e non amarti.
SEMIRA
E chi ti sforza
il mio volto a mirar? Fuggimi e un'altra
di me più grata all'amor tuo ritrova.
MEGABISE
Ah che il fuggir non giova. Io porto in seno
l'imagine di te. Quest'alma avvezza
dappresso a vagheggiarti ancor da lungi
ti vagheggia ben mio. Quando il costume
si converte in natura
l'alma quel che non ha sogna e figura.

Sogna il guerrier le schiere,
le selve il cacciator
e sogna il pescator
le reti e l'amo.

Sopito in dolce oblio
sogno pur io così
colei che tutto il dì
sospiro e chiamo.
SCENA VII
SEMIRA
SEMIRA
Voi della Persia, voi
deità protettrici, a questo impero
conservate Artaserse. Ah ch'io lo perdo
se trionfa di Dario. Ei questa mano
bramò vassallo e sdegnarà sovrano.
Ma che? Sì degna vita
forse non vale il mio dolor? Si perda,
pur che regni il mio bene e pur che viva.
Per non esserne priva
se lo bramassi estinto empia sarei.
No, del mio voto io non mi pento o dei.

Bramar di perdere
per troppo affetto
parte dell'anima
nel caro oggetto
è il duol più barbaro
d'ogni dolor.

Pur fra le pene
sarò felice,
se il caro bene
sospira e dice:
« Troppo a Semira
fu ingrato amor ».
SCENA VIII
Gran portici della regia.
MANDANE, poi ARTASERSE
MANDANE
Dove fuggo? Ove corro? E chi da questa
empia regia funesta
m'invola per pietà, chi mi consiglia?
Germana, amante e figlia
misera in un istante
perdo i germani, il genitor, l'amante.
ARTASERSE
Ah Mandane...
MANDANE
Artaserse,
Dario respira? O nel fraterno sangue
cominciasti tu ancora a farti reo?
ARTASERSE
Io bramo o principessa
di serbarmi innocente. Il zelo oh dio
mi svelse dalle labbra
un comando crudel; ma dato appena
m'inorridì. Per impedirlo, io scorro
sollecito la regia e cerco invano
d'Artabano e di Dario...
MANDANE
Ecco Artabano.
SCENA IX
ARTABANO e detti
ARTABANO
Signore.
ARTASERSE
Amico.
ARTABANO
Io di te cerco.
ARTASERSE
Ed io
vengo in traccia di te.
ARTABANO
Forse paventi.
ARTASERSE
Sì temo...
ARTABANO
Eh non temer. Tutto è compito.
Artaserse è il mio re. Dario è punito.
ARTASERSE
Numi!
MANDANE
O sventura!
ARTABANO
Il parricida offerse
incauto il petto alle ferite.
ARTASERSE
Oh dio.
ARTABANO
Tu sospiri, ubbidito
fu il cenno tuo.
ARTASERSE
Ma tu dovevi il cenno
più saggiamente interpretar.
MANDANE
L'orrore,
il pentimento suo
dovevi preveder.
ARTASERSE
Dovevi alfine
compatire in un figlio
che perde il genitore
ne' primi moti un violento ardore.
ARTABANO
Inutile accortezza
sarebbe stata in me. Furo i custodi
sì pronti ad ubbidir che Dario estinto
vidi pria che assalito.
ARTASERSE
Ah questi indegni
non avranno macchiato
del regio sangue impunemente il brando.
ARTABANO
Signor, ma il tuo comando
gli rese audaci e sei l'autor primiero
tu sol di questo colpo.
ARTASERSE
È vero, è vero.
Conosco il fallo mio,
lo confesso Artabano, il reo son io.
ARTABANO
Sei reo! Di che? D'una giustizia illustre
che un eccesso punì. D'una vendetta
dovuta a Serse. Eh ti consola e pensa
che nel fraterno scempio
punisti alfine un parricida, un empio.
SCENA X
SEMIRA e detti
SEMIRA
Artaserse respira.
ARTASERSE
Qual mai ragion Semira
in sì lieto sembiante a noi ti guida?
SEMIRA
Dario non è di Serse il parricida.
MANDANE
Che sento!
ARTASERSE
E donde il sai?
SEMIRA
Certo è l'arresto
dell'indegno uccisor. Presso alle mura
del giardino real fra le tue squadre
rimase prigionier. Reo lo scoperse
la fuga, il loco, il ragionar confuso,
il pallido sembiante
e il suo ferro di sangue ancor fumante.
ARTABANO
Ma il nome?
SEMIRA
Ognun lo tace,
abbassa ognuno a mie richieste il ciglio.
MANDANE
(Ah fosse Arbace!)
ARTABANO
(È prigionier il figlio).
ARTASERSE
Dunque un empio son io! Dunque Artaserse
salir dovrà sul trono
d'un innocente sangue ancora immondo,
orribile alla Persia, in odio al mondo!
SEMIRA
Forse Dario morì?
ARTASERSE
Morì Semira.
Lo scelerato cenno
uscì dai labri miei. ch'io respiri
più pace non avrò. Del mio rimorso
la voce ognor mi suonerà nel core.
Vedrò del genitore,
del germano vedrò l'ombre sdegnate
i miei torbidi giorni, i sonni miei
funestar minacciando, e l'inquiete
furie vendicatrici in ogni loco
agitarmi su gli occhi
in pena, oh dio! della fraterna offesa,
la nera face in Flegetonte accesa.
MANDANE
Troppo eccede Artaserse il tuo dolore.
L'involontario errore
o non è colpa o è lieve.
SEMIRA
Abbia il tuo sdegno
un oggetto più giusto. In faccia al mondo
giustifica te stesso
colla stragge del reo.
ARTASERSE
Dov'è l'indegno?
Conducetelo a me.
ARTABANO
Del prigioniero
vado l'arrivo ad affrettar. (In atto di partire)
ARTASERSE
T'arresta.
Artabano, Semira,
Mandane per pietà nessun mi lasci.
Assistetemi adesso. Adesso intorno
tutti vorrei gli amici. Il caro Arbace
Artabano dov'è? Quest'è l'amore
che mi giurò fin dalla cuna? Ei solo
m'abbandona così?
MANDANE
Non sai che escluso
fu dalla regia in pena
del richiesto imeneo?
ARTASERSE
Venga Arbace, io l'assolvo.
SCENA XI
MEGABISE, poi ARBACE disarmato fra le guardie e detti
MEGABISE
Arbace è il reo.
ARTASERSE, SEMIRA
Come!
MEGABISE
Osserva il delitto in quel sembiante.
(Accenando Arbace che esce confuso)
ARTASERSE
L'amico!
ARTABANO
Il figlio!
SEMIRA
Il mio german!
MANDANE
L'amante!
ARTASERSE
In questa guisa Arbace
mi torni innanzi? Ed hai potuto in mente
tanta colpa nudrir?
ARBACE
Sono innocente.
MANDANE
(Volesse il ciel).
ARTASERSE
Ma se innocente sei
difenditi, diliegua
i sospetti, gl'indizi; e la ragione
dell'innocenza tua sia manifesta.
ARBACE
Io non son reo, la mia difesa è questa.
ARTABANO
(Seguitasse a tacer).
MANDANE
Ma i sdegni tuoi
contro Serse?
ARBACE
Eran giusti.
ARTASERSE
La tua fuga?
ARBACE
Fu vera.
MANDANE
Il tuo silenzio?
ARBACE
È necessario.
ARTASERSE
Il tuo confuso aspetto!
ARBACE
Lo merita il mio stato.
MANDANE
E il ferro asperso
di caldo sangue?
ARBACE
Era in mia mano, è vero.
ARTASERSE
E non sei delinquente?
MANDANE
E l'uccisor non sei?
ARBACE
Sono innocente.
ARTASERSE
Ma l'apparenza o Arbace
ti accusa, ti condanna.
ARBACE
Lo veggio anch'io ma l'apparenza inganna.
ARTASERSE
Tu non parli o Semira?
SEMIRA
Io son confusa.
ARTASERSE
Parli Artabano.
ARTABANO
Oh dio!
Mi perdo anch'io nel meditar la scusa.
ARTASERSE
Misero, che farò! Punire io deggio
nell'amico più caro il più crudele
orribile nemico! A che mostrarmi
così gran fedeltà barbaro Arbace?
Quei soavi costumi,
quel amor, quelle prove
d'incorrota virtude erano inganni
dunque d'un'alma rea. Potessi almeno
quel momento obliar che in mezzo all'armi
me dai nemici oppresso
cadente sollevasti e col tuo sangue
generoso serbasti i giorni miei,
che adesso non avrei
del padre mio nel vendicar il fato
la pena, oh dio, di divenirti ingrato.
ARBACE
I primi affetti tui
signor non perda un innocente oppresso.
Se mai degno ne fui, lo sono adesso.
ARTABANO
Audace, e con qual fronte
puoi domandargli amor? Perfido figlio
il mio rossor, la pena mia tu sei.
ARBACE
Anche il padre congiura a' danni miei.
ARTABANO
Che vorresti da me? Ch'io fossi a parte
de' falli tuoi nel compatirti? Eh provi
provi o signor la tua giustizia. Io stesso (Ad Artaserse)
sollecito la pena. In sua difesa
non gli giovi Artabano aver per padre.
Scordati la mia fede; oblia quel sangue
di cui per questo regno
tante volte pugnando i campi aspersi.
Coll'altro ch'io versai, questo si versi.
ARTASERSE
O fedeltà!
ARTABANO
Risolvi e qualche affetto
se ti resta per lui, vada in oblio.
ARTASERSE
Risolverò... Ma con qual core! Oh dio.
SCENA XII
MANDANE, ARBACE, SEMIRA, ARTABANO e MEGABISE
ARBACE
E innocente dovrai
tanti oltraggi soffrir misero Arbace! (Da sé)
MEGABISE
(Che avvenne mai!)
SEMIRA
(Quante sventure io temo!)
MANDANE
(Io non spero più pace).
ARTABANO
(Io fingo e tremo).
ARBACE
Tu non mi guardi o padre? Ogni altro avrei
sofferto accusator senza lagnarmi.
Ma che possa accusarmi,
che chieder possa il mio morir colui
che il viver mi donò m'empie d'orrore,
stupido il cor mi fa gelar nel seno.
Senta pietà del figlio il padre almeno.
ARTABANO
Non ti son padre,
non mi sei figlio,
pietà non sento
d'un traditor.

Tu sei cagione
del tuo periglio,
tu sei tormento
del genitor.
SCENA XIII
MANDANE, ARBACE, SEMIRA e MEGABISE
ARBACE
Ma per qual fallo mai
tanto o barbari dei vi sono in ira!
M'ascolti, mi compianga almen Semira.
SEMIRA
Torna innocente e poi
t'ascolterò se vuoi,
tutto per te farò.

Ma fin che reo ti veggio,
compiangerti non deggio,
difenderti non so.
SCENA XIV
ARBACE, MANDANE e MEGABISE
ARBACE
E non v'è chi m'uccida! Ah Megabise.
S'hai pietà...
MEGABISE
Non parlarmi.
ARBACE
Ah principessa...
MANDANE
Involati da me.
ARBACE
Ma senti amico.
MEGABISE
Non odo un traditore. (Parte)
ARBACE
Oda un momento
Mandane almeno...
MANDANE
Un traditor non sento. (In atto di partire)
ARBACE
Mio ben, mia vita... (Trattenendola)
MANDANE
Ah scelerato, ardisci
di chiamarmi tuo bene?
Quella man mi trattiene
che uccise il genitore?
ARBACE
Io non l'uccisi.
MANDANE
Dunque chi fu? Parla.
ARBACE
Non posso. Il labro...
MANDANE
Il labro è menzognero.
ARBACE
Il core...
MANDANE
Il core
no che del suo delitto orror non sente.
ARBACE
Son io...
MANDANE
Sei traditor.
ARBACE
Son innocente.
MANDANE
Innocente?
ARBACE
Io lo giuro.
MANDANE
Alma infedele.
ARBACE
(Quanto mi costa un genitor crudele!)
Cara se tu sapessi...
MANDANE
Eh che mi sono
gli odi tuoi contro Serse assai palesi.
ARBACE
Ma non intendi...
MANDANE
Intesi
le tue minaccie.
ARBACE
E pur t'inganni.
MANDANE
Allora
perfido m'ingannai
che fedel mi sembrasti e ch'io t'amai.
ARBACE
Dunque adesso...
MANDANE
T'abborro...
ARBACE
E sei?...
MANDANE
La tua nemica.
ARBACE
E vuoi?...
MANDANE
La morte tua.
ARBACE
Quel primo affetto...
MANDANE
Tutto è cangiato in sdegno.
ARBACE
E non mi credi?
MANDANE
E non ti credo, indegno.
ARBACE
Se al labro mio non credi
cara nemica mia,
aprimi il petto e vedi
qual sia l'amante cor.

Il cor dolente, afflitto
ma d'ogni colpa privo,
se pur non è delitto
un innocente ardor. (Parte fra le guardie)
SCENA XV
MANDANE
MANDANE
Arbace Arbace ah! se veder potessi
in qual tumulto stanno
per te gli affetti miei, qual parte ancora
usurpi nel mio cor... Figlia inumana
quai pensieri son questi! E sei capace
d'altra idea che di sdegno e di vendetta!
Ombra cara e diletta
del mio gran genitore, ad irritarmi,
a svegliar l'ire mie te sola invoco.
Quanto posso sdegnarmi
mi sdegno, oh dio, ma quanto posso è poco.

Che pena al mio core
cercar di sdegnarmi.
M'accende il dolore;
pietà vuol placarmi;
che farmi non so.

Nel fiero cordoglio
difender non deggio;
punire non voglio;
e incerta men vo.
Fine dell'atto primo
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